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I pensionati sono un "peso"

24 aprile 2017 - Fonte: http://quotidianolavoro.ilsole24ore.com/art/previdenza-e-assistenza/2017-04-26/pensioni-piu-ricche-ed-eta-media-piu-alta-203754.php?uuid=AEIU55BB

 Pensioni più ricche ed età media più alta

L’effetto del sistema contributivo continua a far crescere il suo peso sugli assegni pensionistici. Più anni di lavoro, imposti dai nuovi requisiti di vecchiaia e di ritiro anticipato, si traducono in pensioni più ricche. È una delle evidenze che arrivano dal nuovo monitoraggio sui flussi di pensionamento del primo trimestre 2017 pubblicato ieri dall’Inps. Nei 90 giorni le pensioni liquidate sono state in media pari a 1.042 euro al mese, più alte di 63 euro rispetto alla media dell’intero 2016 (979 euro). Le situazioni variano a seconda delle gestioni, con 1.307 euro di media per il fondo lavoratori dipendenti, 937 euro per i commercianti e 223 euro per i parasubordinati, a riprova appunto del “peso” che ha la storia contributiva di ogni nuovo pensionato.

Nel complesso le pensioni liquidate sono state 121.095 (dati provvisori) con un aumento del 2% rispetto ai dati definitivi del primo trimestre 2016 e una crescita del 26,9% se si considerano i dati provvisori del primo trimestre 2016 (un anno fa gli assegni liquidati furono circa 95.000, cresciuti poi sulla base dei dati definitivi fino a 118.000). I dati scontano l’aumento dell’età pensionabile scattata l’anno scorso (4 mesi per tutti legati all’aspettativa di vita e 22 mesi nel complesso per le donne del settore privato).

Anche l’età media alla decorrenza è in crescita per quasi tutti: per i dipendenti è stata di 67,6 anni nel primo trimestre a fronte dei 66,8 anni del primo trimestre 2016. È aumentata soprattutto l’età media di pensionamento delle donne passata da 68,7 a 70 anni: pesano i maggiori ritiri per vecchiaia e le liquidazioni degli assegni ai superstiti.

 

Il tono dell’articolo pare un filino tendenzioso: pensioni più ricche in media di ben 63 euro, per una pensione media (lorda) di 1.042 euro… roba da nababbi, soprattutto per le donne che ci arrivano ad appena 70 anni.

Tuttavia la politica del “ce lo chiede l’Europa” ha già trovato, al riparo del processo elettorale (vero Monti & Fornero?), la soluzione per porre rimedio al crescente peso di questi pensionati, che osano ritirare assegni più ricchi di ben 63 euro a fronte di pensionamenti sempre più lontani nel tempo: una bella botta di austerità sulla sanità per aiutarli a crepare prima:

 

Fonte: http://www.lastampa.it/2017/06/08/italia/cronache/gli-italiani-che-hanno-rinunciato-o-rinviato-le-cure-mvAvaX4LIn41VZP5S06xBI/pagina.html

12.200.000 gli italiani che hanno rinunciato o rinviato le cure

Per motivi economici, o per i tempi di attesa. Chi se lo può permettere ricorre ai servizi della sanità privata

Pubblicato il 08/06/2017

Il modello italiano della sanità alla portata di tutti appare ogni giorno più lontano. Si spendono sempre di più soldi propri per curarsi, 35,2 miliardi di euro il 4,2% in più nel periodo 2013-2016. Con queste premesse e in questi anni di profonda crisi, è inevitabile che siano sempre meno numerosi gli italiani in grado di permettersi tutte le cure necessarie. Cresce infatti quella che viene definita la «sanità negata»: nell’ultimo anno 12,2 milioni di italiani hanno rinunciato o rinviato prestazioni sanitarie, una cifra pari a un quinto della popolazione e soprattutto 1,2 milioni in più rispetto all’anno precedente.  

 Sono i dati più preoccupanti emersi dal Rapporto Censis-Rbm Assicurazione Salute presentato ieri al «Welfare Day 2017». Di conseguenza si creano ingiustizie e difficoltà che riguardano una quota importante della popolazione . Sono 13 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno sperimentato difficoltà economiche e una riduzione del tenore di vita per riuscire a affrontare spese sanitarie che un tempo avrebbero potuto essere evitare perché le strutture pubbliche garantivano una cura efficace. In 7,8 milioni hanno dovuto utilizzare tutti i propri risparmi o indebitarsi con parenti, amici o con le banche, e 1,8 milioni sono entrati nell’area della povertà.  

 Uno dei principali motivi per cui si passa al settore privato per curarsi nonostante i prezzi elevati, sta nel fatto che nella sanità pubblica le liste d’attesa sono sempre più lunghe. Per una mammografia si attendono in media 122 giorni (60 in più rispetto al 2014) e nel Mezzogiorno l’attesa arriva a 142 giorni. Per una colonscopia l’attesa media è di 93 giorni (+6 giorni rispetto al 2014), ma nel centro Italia di giorni ce ne vogliono 109. Per una risonanza magnetica si attendono in media 80 giorni (+6 giorni rispetto al 2014), e al Sud sono necessari 111 giorni. Per una visita cardiologica l’attesa media è di 67 giorni (+8 giorni rispetto al 2014), ma l’attesa sale a 79 giorni al Centro. Per una visita ginecologica si attendono in media 47 giorni (+8 giorni rispetto al 2014), ma ne servono 72 al Centro. Per una visita ortopedica 66 giorni (+18 giorni rispetto al 2014), con un picco di 77 giorni al Sud. 

 Il quadro è ancora più critico se si fa il confronto con altri Paesi. Non solo sono diminuite le risorse pubbliche per la sanità rispetto al passato ma anche rispetto agli altri Paesi. Un calo del valore pro-capite dell’1,1% all’anno in termini reali dal 2009 al 2015: è questo il record di contrazione della spesa sanitaria pubblica italiana segnalato dalla Corte dei Conti, mentre nello stesso periodo in Francia è aumentata dello 0,8% all’anno e in Germania del 2% annuo. L’incidenza rispetto al Pil della spesa sanitaria pubblica italiana è pari al 6,8%, in Francia si sale all’8,6% e in Germania si arriva al 9,4%.  

Le distanze tra le sanità regionali infine si ampliano, almeno per quello che riguarda quanto viene recepito dai cittadini. Il 64,5% degli italiani è soddisfatto del Servizio sanitario, mentre il 35,5% è insoddisfatto. Al Sud però i soddisfatti sono solo il 47,3%, mentre sono il 60,4% al Centro, salgono al 76,4% al Nord-Ovest e arrivano all’80,9% al Nord-Est. 

 

Auguri a tutti i figli invecchiati del Baby Boom...

17 giugno 2017