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domenica 12 novembre 2017
Emiliano e l'aritmetica del debito pubblico
(...e anche il direttivo di INFER è dietro le spalle. Davanti cerco di tenerci meno roba possibile: la mia linea è molto chiara, e vale per tutti gli inviti. Se volete, potete provare a corrompermi. Ma temo che non avreste successo... Avrete visto che non ho un attimo di tempo da dedicarvi, o meglio: da dedicarvi in modo per voi visibile, da dedicarvi scrivendo quei bei post che vi fanno sentire tanto intelligenti. Il momento è prezioso: il nemico pensa di avere vinto, ce lo racconta, e, soprattutto, se lo racconta: la crisi economica è finita! Le proposte (?) di Macron (??) salveranno l'Europa (???). In questo momento di relativa disattenzione devo consolidare le retrovie: quando si ricomincerà, dovremo avere una struttura capace di diffondere informazioni corrette - nella misura in cui ce lo lasceranno fare - in modo sufficientemente penetrante.

Come sempre, i meno scemi mettono le mani avanti. Dalle grandi élite transnazionali arrivano quindi segni sparsi di consapevolezza, anche se in modo subliminale, perché ammonimenti troppo espliciti rischierebbero di smorzare il fattizio entusiasmo per la "ripresa" (un entusiasmo funzionale a evitare strappi politici nei prossimi appuntamenti elettorali). Noi sappiamo, ma sapevamo anche prima, che la moneta immessa nel circuito finanziario non ha rianimato l'economia reale, ma gonfiato bolle, in conformità con la logica perversa del "coupon pool capitalism" che i post-keynesiani conoscono e che vi ho descritto qui. Ammonire, ora, che questo modus operandi crea elementi di fragilità, servirà a chi queste fragilità le ha causate intanto per accreditarsi ("io l'avevo detto..."), e poi per addossare la colpa a noi ("sì, certo, la politica monetaria ha fallito, ma da sola cosa poteva fare, poverina? Siete voi [cioè noi, NdCN] che dovevate fare le riforme e non le avete fatte perché siete corrotti, familisti amorali, ecc.")

Questo, ovviamente, vale per le grandi élite, cioè per chi capisce e comanda. Chi invece vorrebbe comandare, per accedere al potere è costretto a ripetere i soliti luoghi comuni da bar. Eppure, ci vuol poco a smontarne l'intrinseca fallacia. Ma vedo che, nonostante i miei sforzi, non sempre siete in grado di farlo, come non sempre siete in grado di assumere posizioni dialetticamente forti, funzionali, difendibili. C'è ancora molto lavoro da fare, e anche se quello più rilevante è lavoro di consolidamento della struttura, lavoro di backoffice, ogni tanto vale la pena di tornare sul blog a mettere qualche puntino sulle "i", qualche chiodo sulla bara dell'ignoranza economica...)


Alcuni recenti tweet di Michele Emiliano:



hanno suscitato su Twitter una canea del tutto ingiustificata.

Personalmente, ritengo che simili affermazioni non siano degne di commenti, per il semplice motivo che uno dei loro intenti è proprio quello di suscitarne!

Ricordo, una volta, tanto tempo fa, di aver sentito su un qualche autobus di periferia una Debborah o una Denise di passaggio profferire queste sagge parole: "Er peggior disprezzo è l'indiferenza...". Quello che Denise applicava al (o subiva dal) suo fidanzatino, forse dovremmo imparare anche noi ad applicarlo sistematicamente a certi uomini politici desiderosi di emergere.

Intendiamoci una volta per tutte, a scanso di stupidi moralismi: il desiderio di emergere è assolutamente sano e lecito, in politica. Peraltro, alla faccia del simpatico De Coubertin (che peraltro, come sempre accade,
non è l'autore delle parole che gli si attribuiscono), non si accede a nessun agone per perdere, ed è, ripeto, fisiologico e progressivo che sia così!

Tuttavia l'agone politico richiede qualche cautela in più, per un dato banale: la vittoria si ottiene col consenso, e il consenso lo si ottiene proponendo una visione del mondo. "Bello è d'un regno, sia comunque, l'acquisto!" Quando Manzoni mette queste parole in bocca a Carlo, non lo fa certo per esaltare la
Realpolitik, anzi... (nota: c'è anche una certa tragica ironia nel fatto che Carlo apostrofi "prode tra' prodi miei" quel Rutlando cui queste parole si rivolgono...) L'illusione di molti politici che sia praticabile la strategia di accedere al potere dicendo le cose sbagliate, per poi, una volta raggiunto il potere, fare le cose giuste, è destinata a crudeli smentite. Se accedi al potere dicendo le cose sbagliate, per mantenerlo devi fare le cose sbagliate, altrimenti chi ti ha dato il consenso in virtù della tua lealtà a principi sbagliati te lo ritirerà, e ridiventerai irrilevante. Ricorderete che la nostra riflessione politica è partita proprio da qui: dal fatto che le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano la destra. E il lungo periodo è arrivato abbastanza in fretta...

Non vorrei però che la faceste troppo facile!

Quando proponevo al gatto (anzi, alla gattina...) e alla volpe delle scommesse sicuramente vinte, quando gli spiegavo come fosse matematicamente impossibile che Hollande, o Renzi, o la sinistra tedesca, mantenessero certe promesse, e che quindi forse sarebbe loro convenuto smarcarsi, per acquisire credibilità e consenso, le mie parole cadevano regolarmente nel vuoto. La linea del Piave, quella su cui attestarsi per dare battaglia, veniva sempre posposta: il
jobs act non si poteva contestare, perché (pensavano loro, nonostante io gli dicessi il contrario) avrebbe creato posti di lavoro e rilanciato l'economia! Erano veramente così incolti da non vedere come quella delle riforme strutturali fosse una vuota retorica? Erano veramente così ignoranti da non capire che se tagli il reddito dei singoli (il jobs act a questo serve), il reddito della collettività non può crescere? Forse. Ma, soprattutto, e in misura largamente preponderante, il loro era un problema di tempo. Che quanto io dico mediamente poi accada ormai, chi voleva capirlo, l'ha capito (non vi rifaccio la lista: Finlandia, Francia, Grecia, suicidio della sinistra, ecc.). Resta però il fatto che i processi economici non sono deterministici: non è quindi possibile datare con precisione quando certe dichiarazioni roboanti si riveleranno fallaci. Di conseguenza, "shortarle", esprimere una opinione contraria, può essere pericoloso. Se i nostri politici non sono statisti è anche perché sono costretti dai meccanismi della politica ad andare di congresso in congresso, di elezione in elezione, cioè a operare su scadenze ravvicinate. D'altra parte, se qualcuno decidesse di scommettere con coraggio sul lungo periodo, agendo da statista, nel breve periodo otterrebbe senz'altro un risultato: quello di non essere messo in lista, e quindi, per aver voluto fare lo statista, di non poter fare nemmeno più il politico.


Sarebbe anche facile ironizzare sull'analfabetismo economico che certe asserzioni denotano: certe imprecisioni lessicali ("il deficit deve quadrare i conti"...) denotano un simpatico, genuino primitivismo, non privo di una sua efficacia espressiva. Certo, non possiamo chiedere ai nostri politici, che hanno per lo più fatto altri percorsi culturali (chi li ha fatti), e che hanno altri problemi da risolvere (comunque non i nostri), di essere dei
Turner dell'economia: ma con questi tweet Emiliano si candida senz'altro al ruolo di Ligabue (quello vero)!

Così sanguigno, così naïf...

La verità è che dietro asserzioni simili c'è molta meno naïveté di quanta ce ne sia stata vista dagli ingenui, e la prova è in questa esternazione di un nostro vecchio amico:


Per noi, una sorta di bacio della morte, ma per Emiliano, in tutta evidenza, la prova di aver ricucito certi strappi probabilmente più apparenti che reali all'interno del partito, e una sostanziale assicurazione del fatto di essere rientrato nelle grazie degli ambienti che contano, quelli che Galli degnamente rappresenta nel partito.

Facciamo quindi tanti auguri a Emiliano - ma magari evitiamo di fargli tanta pubblicità, visto che non ce la paga - e, dopo questa operazione di cortesia, ricordiamo brevemente perché il suo progetto politico (che, ovviamente, non significa la sua carriera politica) è condannato al fallimento dall'aritmetica del debito pubblico.

Lo spunto ce lo dà il commento di De Giusti: indubbiamente, le esternazioni di Emiliano denotano una supina accettazione delle cosiddette regole europee, e in particolare del Fiscal compact e del principio di pareggio del bilancio. Vale quindi la pena di ricordare cosa significhi tenere il saldo del bilancio pubblico a zero nel lungo periodo. Ce lo dice la formula (5) del post su "
Maastricht e l'aritmetica del debito pubblico", che qui riporto per vostra comodità:

Se non vi ricordate come ci si arriva (cosa scusabilissima), potete rileggervi il post. Qui mi limito a ricordarvi cosa significa: d è il rapporto debito/Pil nominale (ovvero: d = D/Y), f è il rapporto fabbisogno/Pil, e gamma è il tasso di crescita del Pil nominale. Pareggio di bilancio significa che in ogni periodo f è zero, e la formula (5) ci dice che quindi nel lungo periodo il rapporto debito/Pil sarà anch'esso zero. Se ci pensate, è banale: se il saldo di bilancio è zero, il debito D non cresce. Intanto, però, il Pil nominale Y cresce (se non cresce il Pil reale, cioè il volume di beni prodotti e servizi erogati, cresce il deflatore del Pil, cioè il prezzo di questi beni o servizi). Il rapporto fra una cosa che non cresce e una che cresce tende a zero.

Quindi, il mondo che Emiliano ci propone, forse senza rendersene conto (resta da stabilire se questa sia un'attenuante o un'aggravante) è di fatto un mondo con zero debito pubblico (in rapporto al Pil). Quali sono le implicazioni di questa simpatica caratteristica su cui mi sembra importante riflettere?

Sostanzialmente due.

La prima è che un mondo privo di debito pubblico è un mondo privo di titoli del debito pubblico (e fino a qui ci arriva anche un politico), cioè un mondo nel quale viene a mancare uno strumento sicuro, perché garantito dallo Stato, in cui investire i propri risparmi. In un mondo senza debito pubblico i risparmi possono essere tenuti sotto il materasso (ancora per poco, stante la battaglia per la smaterializzazione della moneta), oppure investiti in forme che oggi sono tutte, più o meno, rischiose: conti in banca (rischiosi in teoria solo da 100.000 euro in su, e in pratica vedremo presto...), obbligazioni private, azioni. La classica soluzione di "mettere ai bbotte" (investire in titoli di Stato), nel meraviglioso mondo di Emiliano a regime verrebbe a mancare. Il debito pubblico, ovviamente, non cesserebbe di esistere in termini assoluti. Ma in rapporto al Pil, cioè alle dimensioni dell'economia, cioè ai volumi di risparmio da allocare in strumenti finanziari, diventerebbe esiguo, lasciando in pratica al risparmiatore solo la scelta della corda privata con cui impiccarsi (e, come sapete, questa purtroppo non è solo una metafora).

Guardate che questo non è un dato banale ed estemporaneo, un
curiosum matematico, un elegante quanto sterile paradosso. Al contrario: è un obiettivo, anzi: l'obiettivo strategico, di chi comanda realmente (e quindi non di Emiliano, non so se purtroppo o per fortuna).

Il grande quadro è abbastanza evidente, e, per quel che mi riguarda, ho cercato di tratteggiarlo in
Crisi finanziaria e governo dell'economia: è naturale che un sistema politico catturato dalla finanza privata abbia come obiettivo quello di canalizzare il risparmio verso il circuito finanziario privato. La distruzione delle pensioni, della sanità, e dell'istruzione pubblica non è fine a se stessa: è volta a costringere i cittadini a rivolgersi alla finanza privata per soddisfare bisogni che prima venivano soddisfatti dal sistema di sicurezza sociale: sottoscrivere piani di investimento privati per avere una pensione, assicurarsi privatamente per potersi curare, indebitarsi per poter studiare in scuole decenti (a quest'ultima cosa non siamo ancora arrivati, ma la strada è tracciata). Naturalmente, è nell'interesse della finanza privata, e dei suoi agenti, abolire qualsiasi meccanismo di socializzazione del circuito del risparmio. Previdenza, sanità, assistenza, istruzione pubbliche sono uno di questi meccanismi, ma lo è anche il debito pubblico: sia indirettamente, perché finanzia lo Stato sociale, sia direttamente, perché costituisce una forma di investimento finanziario alternativo (e sicuro, perché garantito dallo Stato) rispetto agli investimenti privati (intrinsecamente pù rischiosi).

Quindi per la grande finanza privata e per i suoi agenti politici l'investimento in titoli del debito pubblico va soffocato sul nascere, eliminando questi titoli e quindi la possibilità di servirsene per trasportare valore nel tempo in modo sicuro (e questa è oggettivamente la linea di Emiliano, che lui lo sappia o meno), o almeno scoraggiato, rendendo rischiosi anche i titoli pubblici. Quest'ultima linea è impersonata da personaggi un po' più rilevanti di quelli che qui in Italia, con una forzatura giornalistica tanto roboante quanto subalterna (ai telefilm USA), chiamiamo "governatori" (quando le nostre leggi li chiamano presidenti delle regioni): mi riferisco al Consiglio degli esperti della signora Merkel.

La proposta di
applicare un coefficiente di rischio ai titoli di Stato nei bilanci bancari, fatta dal Consiglio nel suo rapporto 2015/2016, va proprio in questa direzione, e naturalmente il bravo politico piddino, tutto rigore (di bilancio) e distintivo, cosa ci direbbe? Che è una proposta sensata, come il caso greco e quello argentino dimostrano!

Al bravo politico piddino sfugge però un dettaglio. Come ormai ripetono da anni
perfino gli economisti di regime (guardandosi però bene dal trarne le ovvie conclusioni), il debito argentino e quello greco avevano una caratteristica in comune: erano definiti in una valuta non controllata dallo stato emettitore dei titoli (il dollaro per l'Argentina e l'euro per la Grecia). Di converso, la Bce oggi ammette senza difficoltà quello che qui tutti sappiamo, ovvero che uno Stato è infinitamente liquido nella valuta che emette (e quindi non soggetto a rischio di fallimento sui propri titoli in essa definiti). Insomma, se i titoli dei paesi europei hanno un rischio da titoli di paesi "emergenti" o "in via di sviluppo", non è per una fatalità, ma per una scelta politica: quella di mettere la periferia dell'Eurozona sotto il ricatto di una banca egemonizzata dal nucleo dell'Eurozona. Logica vorrebbe che anziché inventare meccanismi asimmetrici per gestire questo rischio del tutto non necessario, nell'impossibilità politica di gestirlo in modo simmetrico (chiedendo alla Germania di condividerlo), se ne rimuovesse la causa. Ma questo lo vuole solo la logica. La politica, o meglio the dominant social force behind the authority (per usare le parole di quel Keynes che Emiliano forse farebbe veramente meglio a non nominare), invece, vuole esattamente il contrario: vuole che l'investimento in titoli pubblici diventi rischioso, e lo vuole per diversi motivi. Qui, nel pollaio europeo, perché questo (insieme alle nuove regole sulle sofferenze) le consente di sferrare un attacco ai paesi periferici. A livello globale, anche tramite le regole IFRS9 di cui Charlie Brown tanto ci ha parlato (in particolare, spiegandoci in anticipo il fallimento del QE), perché questo comunque sposta dal circuito pubblico a quello privato ingenti masse di liquidità.

La scomparsa (dei titoli) del debito pubblico, che Emiliano auspica (ripeto: forse senza nemmeno rendersene conto,
quasi modo genitus infans...) ha anche un'altra implicazione, un minimo più tecnica: un mondo senza titoli di debito pubblico è anche un mondo nel quale diventa molto difficile fare politica monetaria. Qual è il problema delle politiche "non convenzionali", tipo QE? Lo "shortage of eligible assets", del quale il Financial Times ci parlava lo scorso agosto, e io vi parlavo cinque anni fa (cioè tre anni prima che il QE cominciasse). Le banche centrali regolano la massa monetaria, fra l'altro, acquistando e vendendo titoli, e naturalmente, soprattutto quando si tratta di acquistare (per immettere liquidità nel sistema), preferirebbero non caricarsi di spazzatura. Cosa ardua se i titoli di Stato non ci sono, o se si opera in un sistema, come quello dell'euro, che li fa diventare, o comunque vuole considerarli (per fini tattici), spazzatura!

Ma qui si eccede veramente l'ambito delle competenze del dr. Emiliano e sarebbe ingiusto chiedergli di seguirci in questo ragionamento, come sarebbe inutile chiedergli di riflettere sul messaggio profondo di Keynes: la proposta (utopistica, siamo d'accordo) di un modello di capitalismo in cui la possibilità di trasportare valore dal presente al futuro, per sovvenire ai molteplici rischi cui l'esistenza ci espone, non venga devoluta interamente alla finanza privata, soggetta a tutti i rischi di fallimento del mercato che conosciamo e che abbiamo visto materializzarsi durante la crisi, ma sia in parte confidata alla finanza pubblica, che, essendo controllata dal potere politico, offre una garanzia, per quanto teorica, di perseguire fini sociali.

Questo è il mondo che Emiliano rifiuta, ed è bene che, se non lui, se ne rendano conto almeno i suoi elettori.

Il dato interessante, a voler proprio essere scrupolosi, è che in questo mondo i politici (e quindi anche Emiliano), gestendo in modo più o meno diretto una parte più o meno rilevante del circuito del risparmio, avrebbero, in linea di principio, più potere che nell'incubo liberista di uno stato minimale con zero debito. Ma, stranamente, Emiliano questo maggior potere lo rifiuta. La domanda sorge allora spontanea: questo rifiuto è espressione di irrazionalità (che porterebbe Emiliano ad auspicare un mondo in cui egli stesso avrebbe meno potere), o è una riproposizione (su scala diversa) del paradosso del vincolo esterno? Ricordate? Per anni ci è stato detto, e ancora lo si ripete, che l'Italia aveva bisogno di regole esterne per moralizzare la propria classe politica: ma chi ce lo diceva era proprio quella classe politica per la quale queste regole esterne sarebbero state una ovvia
diminutio dei propri poteri. Abbiamo poi appreso, qui, studiando, che in realtà questa apparente diminutio rafforzava le classi politiche periferiche nella loro lotta contro i lavoratori, perché consentiva loro di perpetrare politiche classiste (ultima arrivata, il jobs act), ostili agli interessi del lavoro e quindi in definitiva dell'impresa, sotto l'usbergo del "ce lo chiede l'Europa"! Non sapremo mai se nel sacro orrore del dr. Emiliano verso Keynes e la socializzazione del risparmio siano all'opera dinamiche simili, ma questo poco importa, perché riguarda lui e il suo foro interiore. Gli uomini si giudicano dai risultati, perché ce lo suggerisce il Vangelo e perché le intenzioni non sono misurabili. E i risultati, per ora, sono questi.


(...
capita che quando ciò che è pubblico ti fa orrore, comme par hasard ciò che è privato prosperi. Ma questa, va da sé, è solo una correlazione, certo non un nesso causale...)