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venerdì 14 luglio 2017

Aiutiamoci a casa nostra

Ho poco tempo (scadrà quando Marta arriverà in ufficio), e vorrei condividere con voi qualche riflessione non tecnica. Il tempo della "tecnica", d'altra parte, è finito. Quelli di voi che potevano capire "tecnicamente", hanno già sufficienti strumenti. Chi non poteva (l'adorabile Nat, per la quale una sottrazione - perché un saldo questo è - si configura quale paradosso logico insormontabile) è vergine (intellettualmente, dato che mi risulta abbia un paio di figli e non vada in giro con un manti azzurro), e ci ha pensato il carisma. Certo, potremmo andare oltre, e ci divertiremmo molto. Ma dovrei fornirvi (e lo farò) alcuni rudimenti minimi di statistica: diciamo, portarvi al test della t di Student, in modo da farvi apprezzare la mediocrità del male, lo squallore di certe analisi mainstream, che si traduce anche (spesso e volentieri) nell'evanescenza dei risultati sotto il profilo statistico. Certo, imponendovi un po' di econometria for dummies vi renderei il grande favore di farvi sentire inteligenti, vi darei altri argomenti per battibeccare coi piddini (attività che suscita in me profondo disprezzo per chi vi si dedica, da entrambi i lati del vuoto dialettico). Ma mi sembra che ci siano esigenze più pressanti da soddisfare: la nostra democrazia è in pericolo: un pericolo per sua natura insidioso e diffuso.

Non sono un politologo, quindi non so cosa sia la democrazia tecnicamente. Emotivamente, tenderei a definirla come un regime politico che dà libertà di espressione, che dà
voice, come dicono (per una volta in modo espressivo) i nostri fratelli britannici. Per avvelenare la democrazia, quindi, basta fare una semplice operazione: inquinare il linguaggio. Questa è l'attività alla quale i media, che sono il nemico prossimo della democrazia, il suo assassino (il mandante essendo il capitale), si dedicano con tenacia e sagacia, come il post precedente dimostra. Non c'è (ancora) bisogno di censura, di limitazione "esogena" della libertà, di costrizione. Non ci trattano come trattarono Gramsci perché hanno trovato un modo più efficiente (in quanto massivo e politicamente sostenibile) di "impedire ai cervelli di pensare": impadronirsi del linguaggio e sovvertirne l'uso, impedire che le cose vengano chiamate col loro nome, e in limitatissimi casi addirittura criminalizzare l'uso del termine lessicalmente corretto, in nome del politicamente corretto. L'impedimento, col tempo, diventa endogeno: disapprendiamo la nostra lingua, e così perdiamo la capacità di rappresentare (e quindi di far comprendere, ma anche di comprendere) i processi in atto. Quando si arriva a questo punto abbiamo perso, perché scompare, in effetti, lo stesso terreno di scontro: avere voice non serve più, perché così come non si può combattere senza conoscere il linguaggio del nemico (indispensabile per comprenderne e prevenirne le tattiche), è evidentemente utopistico pensare di vincere una battaglia politica usando il linguaggio del nemico: se le sue parole diventano le tue, il tuo discorso, fatti salvi casi di eccezionale talento, fatalmente diventa il suo.

Non è che questa sia una novità, per chi segue questo blog, o, per altri versi, il blog del Pedante (epigono di grande talento: avercene!), e non è certo una novità per chi si sia ormai deterso la ricottina del rigurgito dalla nascente peluria. Quelli della mia età si ricorderanno di come il capitale, negli anni '80, ci fece digerire la nostra sconfitta propugnando l'idea che tutti fossimo capitalisti: la nostra sconfitta, cioè la liberalizzazione dei mercati finanziari, ci veniva presentata ossessivamente, insistentemente, come una nostra vittoria, come la possibilità di essere tutti azionisti. Peccato che il mercato finanziario, per sua natura, in tanto è efficiente in quanto veicoli correttamente le informazioni, e che nella vita vera l'informazione non sia diffusa, atomistica, simmetrica, gratuita, come dovrebbe essere per assicurare mercati efficienti, ma sia circoscritta, concentrata, asimmetrica, monopolistica, in mano a quelli che dai mercati traggono benefici esorbitanti, ovviamente a scapito di perdite altrui esorbitanti nel totale, ma individualmente sostenibili, di norma, perché ripartite su un gran numero di "buoi".

Ci voleva molto a capirlo?

No: sull'argomento, di per sé non impenetrabile, giravano anche film di discreto successo!

Ma è bastato sedare, in forme e modi che gli storici appureranno, chi doveva difendere gli interessi contrapposti a quelli del capitale, per rendere questa storiella della fine delle classi sociali totalmente egemone. Per l'uomo "de sinistra" odierno, un operaio è un Marchionne che non ce l'ha fatta: e come è merito di Marchionne se ce l'ha fatta, è demerito dell'operaio se guadagna una frazione infima di quanto guadagna il simpatico manager che non si sa annodare una cravatta (ed è pertanto caro ai nostri progressisti, i quali sono restii ad annodarsi qualcosa intorno al collo, forse perché sanno di meritarselo).

Questa mortificazione del linguaggio, questo avvelenamento della democrazia, procede, facendo strame (tra l'altro) di tutte le istituzioni nelle quali ritenevamo di poter aver fiducia, e che invece si sono dimostrate del tutto allineate a un semplice modello concettuale: chi viene finanziato con soldi pubblici in un contesto in cui lo Stato è catturato da interessi economici si allinea al pensiero unico del capitale e se ne fa docile servitore.

Pensate, tanto per fare un esempio, allo squallore di Bran Academy, di cui nel 2010 si discusse la chiusura, che poi non avvenne. Grati del salvataggio, gli illustri cattedratici si sono dati a esercizi meramente accademici, come sindacare su chi usasse il termine
bail in, ma, attenzione!, non l'hanno fatto per difendere l'uso di una lingua che forse non conoscono (al cruscologo dauno o camuno, con tutto l'amore che ho per questi territori, credo poco, scusatemi: anche l'italiano va aiutato a casa sua...), ma per intorbidare ulteriormente le acque. Il bail in, infatti, non è un "salvataggio dall'interno", come qualche sprovveduto funzionale alle logiche del sistema andava sostenendo, forse aspettando una carezza del Capitale (sotto forma di elemosina per tirare avanti ancora un po'...), e non lo è non solo perché non salva un bel nulla (tant'è vero che, come sapete, le banche italiane sono state lasciate in stato di marcescenza nell'attesa che i regolatori europei trovassero un modo onorevole per disapplicare le norme che essi stessi avevano disegnato e di cui ci avevano eletti a cavie, distruggendo, invece di salvarle, alcune banche e alcune vite), ma anche perché esiste una legge universale, che travalica i confini delle singole discipline: è quella che rende esagonali le celle delle api, è quella che ci fa percepire una frattura del remo nel punto in cui si immerge in acqua. La Natura segue percorsi di minimo, è ottimizzante, aborre gli sforzi inutili, e così - vi assicuro - nonostante le apparenze, fa l'arte, e così fa il linguaggio (ed è questo, fra l'altro, che assicura l'osmosi perenne fra una lingua e l'altra: la scoperta di modi più sintetici ed espressivi per esprimere un concetto).

Avete contato i caratteri di "salvataggio dall'interno"? Bene: ora contate i caratteri di "esproprio". A occhio sono di meno, no? Chi vi dice di difendere il linguaggio usando una circonlocuzione prolissa e concettualmente falsa invece di un termine conciso, espressivo, e corretto, non sta difendendo il linguaggio: sta difendendo il capitale.

La Crusca, di cui mi venne detto avesse fatto simile lavoro (coi soldi nostri), o i Lincei, dove ancora troviamo
queste slides (particolarmente poco pregevoli, soprattutto per come insultano il paese valutando il merito dei suoi governi sulla base delle copertine della grande stampa internazionale, prona ad interessi esplicitamente avversi alla nostra costituzione democratica), dovranno essere affidate a quel mercato che con tanta passione hanno difeso, e che farà di loro strame come meritano. C'è chi paga per fottere: io certamente non pago per essere fottuto.

L'economia, si sa, è cosa difficile. Laggente (ma anche Nat) non capiscono che se escono più soldi di quanti ne entrano alla fine c'è un probblema. Mettere un segno più davanti a quanto entra, e un segno meno davanti a quanto esce, è tecnicismo astruso, per molti, è sforzo di astrazione che a molti appare sterile. Il caparbio rifiuto ideologico (perché questo è) di utilizzare un linguaggio meno ambiguo (quello dei più e dei meno) espone così i volenterosi critici del sistema, quelli che hanno intuito che qualcosa non va, ad allinearsi, insensibilmente, involontariamente, inconsciamente, ai suoi volenterosi carnefici.

Ma il Signore è misericordioso, a modo suo, e, come la Bibbia in mille occasioni ci rammenta, ci invia segnali. Ecco: la cosiddetta "crisi" dei cosiddettissimi "migranti" possiamo anche vederla come un segnale: un segnale importantissimo e utilissimo per capire in che modo il capitale arma i suoi sicari (i media) per uccidere la democrazia.

Già parlare di "migranti", come sapete, è una lieve forzatura del linguaggio. Queste persone per l'Italia non sono "migranti", e infatti nelle statistiche ufficiali di "migranti" non si parla, ma di "immigrati". L'uso di un termine tecnicamente scorretto, quando non lessicalmente improprio, dovrebbe suscitare sospetto: sospetto che diventa certezza quando si veda, come
non vogliono farci vedere (e quindi non  vediamo), che negare l'uso del termine "immigrati" significa negare la legittimità del nostro punto di vista, il punto di vista di un paese in cui la disoccupazione è raddoppiata e la povertà triplicata in pochi anni come risultato di precise scelte politiche, dettate da regole adottate per precisi motivi di distribuzione del reddito.

Il nigeriano col quale ho parlato venendo dalla Bios all'ufficio non è un migrante: è un emigrato (dalla Nigeria, per motivi da approfondire) ed è un immigrato (in Italia, con conseguenze da approfondire). Così figura (se figura) nelle statistiche del suo e del mio paese: questo è il dato. Ma il dato è amico della verità, quindi nemico del capitale e della sua simpatica favoletta.

Basterebbe questo (e, del resto, ora devo smettere: è appunto arrivata Marta) per far capire come stanno le cose.

Ma forse qualche elemento di riflessione in più occorre darlo, tanto per portare elementi di verità nel discorso: cose che sapete, ma che mi sento di ripetervi per giustificare la mia ambizione di essere nominato
miglior sito politico e d'opinione ai prossimi MIA17.

Intanto, torniamo all'inciso:
se (il simpatico nigeriano) figura (nelle statistiche). Ecco, forse dovremmo ricordarci che se ci sono delle leggi, sia nazionali che internazionali, a disciplinare l'ingresso di esseri umani (come di qualsiasi altra cosa, peraltro) in una data polity, in una data comunità, chi le viola è per definizione un criminale, un delinquente (e chi lo aiuta, come le ONG, concorre al delitto, e chi non se ne distanzia con vigore, come nessuna delle ONG asseritamente "nobili" ha fatto, purtroppo, si merita il sospetto nel quale incorre - e che potrà quantificare fra due anni alla liquidazione del 5x1000). Poi, si può discutere delle motivazioni per le quali si è spinti a delinquere, e naturalmente c'è chi è chiamato a valutarle. In un ordinamento democratico, però, questo "qualcuno" è l'ordine giudiziario, che lo fa secondo le norme che la polity in questione si è data. Non dovrebbero farlo i giornali. Ma lo fanno. Quando un giornale si rifiuta di chiamare clandestino chi è clandestino, o quando emette in prima pagina su cinque colonne una sentenza di condanna verso chi magari non ha nemmeno ancora ricevuto un avviso di garanzia, sta facendo esattamente la stessa operazione (anche se in un caso né noi né lui ce ne rendiamo conto): si sta sostituendo alla magistratura.

Perché, vedete, è un dato di fatto: un conto sono i rifugiati, e un conto gli immigrati. Se ci sono due parole diverse, un motivo ci sarà. E un conto sono i naufraghi, e un altro conto sono i passeggeri (per quanto pericoloso sia il mezzo che sono stati criminalmente indotti a scegliere). Anche qui, se ci sono due parole, un motivo ci sarà.

Riflettiamo sui rifugiati: persone i cui diritti politici o civili (o, in generale, umani) sono gravemente lesi nel paese in cui risiedono. Anche qui, la mia definizione è sbrigativa. Quella corretta esiste, ed è data dalla
Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifiugiati. Ora, si potrebbe andare sul tecnico, sul difficile... ma andrò sul semplice, dove non vogliono che andiate perché potreste capire cosa sta succedendo. Il semplice fatto che esistano dei rifugiati, cioè persone delle quali è ufficialmente riconosciuto che devono abbandonare una polity e muoversi in un'altra per potersi realizzare come esseri umani, per potersi esprimere, ci fa capire quanto sia essenziale, in termini di promozione umana e di protezione dei diritti universali dell'uomo, che esistano polity diverse. E in cosa si traduce, concretamente, l'esistenza di diverse polity? Nei confini che le separano. A me fa tenerezza, ma anche un po' paura e molto schifo, che ci sia chi, sdilinquendosi ostentatamente per il debole e l'oppresso (rigorosamente altrui), propugna l'abolizione delle frontiere. Un mondo senza confini è come un corpo senza membrane cellulari: un simpatico lago di citoplasma, che il sole di questi giorni farebbe evaporare nel giro di un quarto d'ora. I rifugiati sono persone che hanno necessità di superare un confine per pensare diversamente, e questo semplice dato strutturale ci fa comprendere che chi è sinceramente amico della diversità e della possibilità di esprimerla deve difendere le frontiere (non mi addentro sul fatto che questo sarebbe anche un obbligo imposto dal Trattato di Schengen - basta leggere il Capo II dell'Accordo di Schengen). Ma per qualche strano motivo, gli amici della "diversità" sessuale, culturale, e via dicendo, sono anche quelli che lottano strenuamente insieme al capitale perché venga abolito il presupposto della diversità politica, che poi è il presupposto fondamentale perché le altre diversità vengano riconosciute e disciplinate (nell'interesse di chi, legittimamente, volesse essere uguale, magari perché ha letto Sandro Penna:

Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.

Forse Penna presagiva l'infinito squallore di un mondo paradossale in cui chi è felicemente comune viene condannato all'infelicità imponendogli di essere diverso per conformarsi al politicamente corretto, cioè alle forme uniche del pensiero unico dell'unico capitalismo che ci viene proposto).

Ma riflettiamo anche sugli immigrati, volete? Immigrare è un diritto? La risposta è un sonoro (ma taciuto dalla nostra stampa serva e vile, e quindi inascoltato dai suoi lettori boccaloni):
no.
E non è la risposta mia: è la risposta dell'ordinamento (come stiamo capendo ora che Franza e Spagna ci stanno prendendo a pesci in faccia, e noi scopriamo di non potergli dire niente perché loro stanno semplicemente applicando le regole), ma è anche la risposta di filosofi che si sono interrogati sul concetto di giustizia nel loro lavoro di ricerca, e che quindi si presuppone ne sappiano un tantino di più dei giornalisti, scherani del capitale, squadristi del fascismo dell'opinione, cancro della democrazia. Mi riferisco in particolare a
David Miller, che si pone esplicitamente la domanda se esista un diritto umano ad immigrare, e si risponde: no (fra l'altro, sollevando un tema del quale concretamente nessuno parla, ovvero quello di come tutelare i diritti umani di chi invece ha diritto a rifugiarsi altrove: perché i cosiddetti "migranti economici", cioè gli immigrati - clandestini o meno - non solo si appropriano liberamente del capitale sociale di una comunità, in un mondo in cui il capitale privato invece si difende benissimo - come ci ricorda Mario Nuti - ma compromettono seriamente il sacro diritto dei rifugiati di trovare asilo politico, rendendone l'esercizio ulteriormente penoso, o magari vedendoselo rifiutare, come sta succedendo ai tibetani, che sono "meno migranti" degli altri).

Andrebbe anche detto, ma sono pochi a farlo, che un conto è un paese in crescita, e un conto un paese in recessione (e mantenuto in questo stato per precise scelte politiche)! Riflessione che qui abbiamo fatto spesso, che viene fatta in modo molto limpido in
questo articolo interessante per tanti versi e sul quale mi ripropongo di tornare, e che travalica la sfera dei diritti umani per coinvolgere quella della prassi politica. Alla fine, se mi permettete di allargare l'obiettivo, il problema dei nostri politici è tutto qui: non aver capito che non solo il moltiplicatore keynesiano, ma l'intera logica politica è diversa in bad times e in good times. Sapete quelli che "a politiga tu nun la capisci, a politiga è mediazzzzzzione?" Ecco, sì, quei cretini lì. Ora che la SStoria ne ha spazzati via un bel po', ai superstiti spiego cosa non hanno capito loro: un conto è la politica quando il Pil cresce, e un  conto quando il Pil cala, e questo perché nel primo caso l'accresciuta disuguaglianza relativa, che tutti i politici hanno voluto per decenni (dai comunisti alla Napolitano - Bersani, Fassina, D'Alema, D'Attorre, Fratoianni, ecc. - ai conservatori alla Berlusconi), e alla quale tutti hanno attivamente cooperato, nel primo caso non comporta necessariamente una diminuzione dei redditi assoluti, nel secondo sì, e quindi viene percepita dagli elettori (e infatti ora tutti i politici ipocriti e cialtroni devono correre ai ripari versando una affrettata lacrimuccia di circostanza per de-plorare un fenomeno che va avanti dalla metà degli anni '70, nell'indifferenza più assoluta di quelli che ci dicevano che eravamo tutti capitalisti).

Quando il Pil cresce la mediazzzzzione su come spartirsi la torta può anche andare bene: ma quando il Pil cala, solo strategie politiche radicali sono vincenti: e questo spiega sia i recenti fallimenti di alcune forze che pretendevano di essere antisistema (qui come altrove), sia perché dalle grandi recessioni emergano, come stanno emergendo, regimi totalitari (la UE lo è a modo suo, ma verrà spazzata via da qualcosa di peggio).

Ecco: la chiudo qui, che devo dedicarmi ad altro. Ma, visto che oltre ad essere il miglior sito politico e d'opinione (come questo post dimostra, per il semplice fatto che vi ha detto cose che nessuno vi dice), siamo anche la migliore community, vorrei chiudere questo appassionato elogio delle frontiere in nome della libertà esortando (diciamo così) Giuse a sbloccare con decorrenza immediata Massimo D'Antoni, pena la mia reazione, conforme al mio temperamento che tutti sapete essere moderato e tollerante. Massimo (posso dirlo, tanto lui è deciso a rovinarsi la carriera), fra le altre cose, è anche quello che mi ha fatto leggere Miller. Se lo ha fatto, come molti hanno fatto in questi anni, per lanciare il sasso nascondendo la mano, gli è andata male: la mia feroce onestà intellettuale mi impone di specificare quando una fonte è diretta (perché ci sono capitato sopra) o indiretta (perché me l'ha segnalata un altro). Quindi, cari "dicoloriani" (credo che "negriani" non si possa dire...) sappiatelo: Massimo fa letture che voi mettereste all'indice (senza essere la Santa Inquisizione, che aveva una sua estetica che voi decisamente non avete).

Quali interessi difendiate, cari "dicoloriani", è chiaro. Gli interessi che ogni tanto il popolo spazza via, quando decide di difendersi (a casa propria).
La lotta del proletariato contro la borghesia è in un primo tempo lotta nazionale, come diceva Julius Evola... o no?

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(alcuni) commenti:

Flavio14 luglio 2017 11:08

La CEI, in contrasto con Renzie, dice: "L'aiutiamoli a casa loro non basta...". Non avevamo dubbi.

Verissimo il fatto che i me(r)dia stravolgano il linguaggio, come dice anche ad esempio l'
UNHCR stesso in un passo secondo me importante: "... è impossibile stabilire un esatto rapporto di causa-effetto, di fatto nel 2013 la visita del Papa a Lampedusa e il naufragio di ottobre cambiano la narrazione del fenomeno degli sbarchi”. Infatti diminuisce, fino a scomparire, il riferimento al “clandestino” e si inizia a inquadrare la figura del migrante come “rifugiato”...". Ecco come cambia la percezione. Basta cambiare un sostantivo.


giovanni b.14 luglio 2017 18:47

Poiché il destino mi ha dato in sorte di lavorare in Niger, ossia letteralmente al fronte, per cercare di convincere le autorità locali ad applicare le loro stesse leggi anti-emigrazione clandestina, non posso che farle i complimenti, professore. Il 90% degli emigranti che sbarcano in Italia passa dal Niger. Il governo nigerino sostiene di non poter impedire gli ingressi sul suo territorio in nome della "libertà di circolazione nello spazio CEDEAO" ma, bontà sua, sostiene di poterlo eccezionalmente fare a nord di un'immaginaria linea rossa che correrebbe sopra Agadez, ossia oltre 1.000km prima del confine sud della Libia. Naturalmente non esiste alcuna base legale: la linea rossa è stata posta a bella posta in mezzo al Sahara, perché lì è oggettivamente molto difficile impedire il transito degli emigranti (ma non impossibile, attenzione!). E così tutto il cucuzzaro delle tangenti che ogni emigrante paga in continuazione a ogni funzionario pubblico nigerino che incontra può continuare indisturbato, o quasi.
Se invece si applicasse la legge 2015/36 del Niger, TUTTI gli emigranti verrebbero fermati al momento del loro ingresso in Niger, ossia, all'ingrosso, lungo l'omonimo fiume, che costituisce una barriera naturale facilissima da pattugliare. Fermandoli lì, tra l'altro, non si opererebbe come adesso in mezzo al deserto, con tutti i rischi che ciò comporta, ma in un territorio antropizzato e verde. E costerebbe una frazione, oltre a permettere di non mettere a repentaglio le vite degli emigranti bloccati. Insomma, funzionerebbe e costerebbe poco. Ecco perché non lo si fa. L'UE è fondata sulla "libera circolazione dei salari", e la UE vuole che questi salari africani a due gambe continuino ad arrivare: loro Marx lo hanno letto e capito, e sanno bene che un esercito industriale di riserva è essenziale per il dominio di classe del capitale.
Già che ci sono, mi permetto di annoiarvi sul perché TUTTI gli emigranti che entrano in Niger siano illegali. Per entrare nel Niger, infatti, chiunque (cittadini CEDEAO inclusi) deve posedere un documento valido (e già qui...), deve essere in possesso di un certificato internazionale di vaccinazione (diciamo che il 99% degli emigranti non ce l'ha, a spanne...), deve farsi timbrare il documento in un posto di frontiera ufficiale (e diciamo che il 99,99% il timbro non ce l'ha: mica fessi i doganieri, visto che un emigrante senza timbro può essere taglieggiato da ogni loro collega all'interno del Niger, mentre uno col timbro no...), e deve essere in possesso del visto d'ingresso nel paese di destinazione finale, ossia la Libia (e il 100% non ce l'ha).

Infine una chiosa linguistica, se mi è consentito avventurarmi in questo terreno. "Migrante", un tempo, era solo un aggettivo. Il sostantivo era "emigrante". Le "migrazioni" erano quelle degli uccelli, e quelle degli uomini erano le "emigrazioni". Non so perché il boldrinismo abbia imposto la rimozione delle "e". So che è una cosa che mi irrita in modo infinito, quasi quanto la rimozione forzata - su ingiunzione, nientemeno, che deLLA Fornero - degli articoli determinativi davanti ai cognomi femminili...

Gli emigranti italiani sono sempre stati richiesti dagli Stati di destinazione.

Partivano cioè con la certezza di essere accolti legalmente.

Gli USA per esempio fissavano annualmente la quota di immigrati in arrivo da ogni stato europeo.

Per esempio, per poter accogliere le "spose di guerra" (cioè le donne italiane che si erano sposate con i militari delle truppe di occupazione) fu necessaria una legge del Congresso per innalzare la quota di immigrati italiani.

Anche nel caso degli italiani che andavano a lavorare in miniera in Belgio ci fu un accordo bilaterale.

Chi parla di diritto all'emigrazione clandestina non sa di cosa parla.

  • Il Niger, in quanto ex-colonia, non fa parte dell'Africa CFA dominata dalla Francia?

    Il Niger non vende l'uranio alla Francia che ne controlla tutte le attività estrattive e che fissa i prezzi del minerale?

    La moneta del Niger non ha il rapporto di cambio fisso col franco/euro?

    Può qualcuno sano di mente negare che il Niger non sia ancora nella sostanza una colonia francese?

    Può qualcuno negare la forte presenza militare francese in Niger?

    Se il 90% ed oltre degli immigrati clandestini che arrivano in Italia viene veramente dal Niger, e' corretto o no sostenere che la Francia sta compiendo un atto di guerra nei confronti di un suo vicino membro della NATO e della EU?

    Io penso proprio di si e che in caso di svolta autoritaria il novello duce utilizzerà tutti questi argomenti.....

  • @Luca Oh, finalmente qualcuno che arriva dive volevo arrivare. Bravo.

    @Adriana Carissima, mi spiace: se non sono riuscito a farti capire che in guerra ci siamo già, ti sono stato inutile, e me ne dolgo. Qui il problema è un filo più ampio dello stabilire quanto fascinoso fosse il docente tale. Qui c'è un confine, l'euro, e c'è chi è da una parte e chi è dall'altra. La guerra è una cosa sporca, e i criminali nazisti, almeno nei film, hanno sempre uniformi perfette e sono persone colte. Ti faccio un altro esempio di come certe caccademie si siano insudiciate: dov'erano mentre la scuola veniva massacrata (a tutti i livelli: 3+2, autonomia, preside sceriffo, ecc.)? Li hai visti tu? Io no. Ecco: questi tromboni che non entrano a tempo io nella mia orchestra non li vorrei.

  • Caro Alberto, ti ringrazio per la gentile menzione e più ancora per il tuo prezioso contributo. Che all'elisione dei confini corrisponda l'elisione delle cose, cioè il nichilismo, è un tema ricorrente in psichiatria (avendolo liquidato i filosofi già da qualche millennio).

    Mi sta particolarmente a cuore la battaglia sul linguaggio come res. Come probabilmente sai, il primo che denunciò seriamente la sostanza linguistica dell'oppressione politica fu Karl Kraus, eroe dialettico di una decadenza morale e intellettuale non dissimile da quella odierna. Al Maestro viennese, al quale indegnamente mi ispiro, dobbiamo il celebre aforisma "Wer nichts der Sprache vergibt, vergibt nichts der Sache". E ancora: "Die wahren Agitatoren der Sache sind die, denen die Form wichtiger ist".

    Ai lettori che volessero avvicinarsi al difficile magistero krausiano, disperso in articoli di giornale, aforismi, volantini e persino vinili (possiamo solo immaginare che cosa avrebbe fatto oggi con internet…), mi piace raccomandare con il tuo permesso un aureo libello del 1976 di Thomas Szasz: Karl Kraus and the Soul-Doctors. Il testo è stato tradotto in italiano ("Karl Kraus e i medici dell'anima") e si trova anche in pdf su Google. Tra l'altro, nonostante non sia colpevolmente citato tra le fonti, il libro di Szasz sta alla base del mio articolo Terapie Tapioco. Ne consilglio vivamente la lettura non solo per introdurre la figura di Kraus, poco nota al di fuori dei confini (ohibò) austriaci, ma più ancora perché è un inno alla solitudine dell'intelligenza nella lotta contro una follia conformista che non esita a colpire negli istinti e nelle paure della massa colpevolizzandola, traumatizzandola e trascinandola nell'anonima sicurezza del gregge.

    Che come sappiamo, il gregge, finisce tosato in tempi di pace, macellato in quelli di guerra.

    Il Pedante

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    http://www.lastampa.it/2017/07/15/italia/cronache/capotreno-aggredita-e-molestata-a-sassari-in-stato-di-choc-4Grc0RhtIWY8xxcw8rZhnO/pagina.html

     

    Capotreno aggredita e molestata a Sassari, è in stato di choc

    La donna di 55 anni svolgeva il servizio di controllo dei biglietti, quando ha chiesto i ticket di viaggio al gruppo di ragazzi stranieri è stata circondata

    Una capotreno di 55 anni è stata aggredita e molestata sessualmente da un gruppo di nigeriani. È accaduto su un treno in Sardegna, sulla linea che va da Porto Torres a Cagliari. La capotreno svolgeva il suo servizio di controllo dei biglietti e quando ha chiesto i ticket di viaggio al gruppo di ragazzi stranieri, che ne erano sprovvisti, questi l’hanno prima circondata quindi aggredita fisicamente e palpeggiata. Dopo essere stata assalita, la donna è stata costretta a rivolgersi ai medici del Pronto soccorso di Sassari: attualmente è sotto osservazione in stato di choc. 

    La Polizia ferroviaria ha identificato gli aggressori ma al momento non risultano provvedimenti di fermo. Dure le polemiche: Ugo Cappellacci di Fi parla «dell’ennesimo campanello d’allarme. Chiediamo per l’ennesima volta che si imponga uno stop agli sbarchi. Questa non è più accoglienza è un’immigrazione senza criteri e senza controlli, che rappresenta una minaccia per le nostre comunità». Per il capogruppo alla Camera della Lega, Massimiliano Fedriga, «non se ne può più, la situazione è insostenibile ma i colpevoli non sono solo chi concretamente ha commesso questi i reati, ma anche chi ha favorito l’invasione». Secondo Giorgia Meloni, presidente di FdI l’Italia è fuori controllo. 

    L’aggressione è stata denunciata dai rappresentanti sindacali della Fit Cisl. «Non si può continuare così, con i lavoratori dei trasporti in balia dei violenti - dichiara Antonio Piras, segretario generale di categoria -. Ormai registriamo un episodio di violenza al giorno e le lavoratrici e i lavoratori non possono essere lasciati soli. Chiediamo a `Protezione aziendale´ di Trenitalia un incontro urgente per valutare ulteriori azioni e iniziative da mettere in campo per meglio tutelare l’incolumità fisica del personale di front-line».