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http://www.lastampa.it/2017/04/26/cronaca/il-piano-del-terrorista-dellisis-inseguiamo-la-morte-da-torino-colpir-tutta-litalia-xqkM1Om9raKiGnGyx9ndIL/pagina.html

Il fatto

 

Il piano del terrorista dell’Isis: “Inseguiamo la morte: da Torino colpirò tutta l’Italia”

Nelle carte dell’indagine del Ros, i segreti di Mouner El Aoual, detto “Mido”, diventato “portavoce ufficiale dello stato islamico”: ospite di madre e figlio italiani in una casa di Barriera di Milano, cercava seguaci sul web per colpire al più presto nel nostro Paese

TORINO - Pubblicato il 26/04/2017

«La gente fugge dalla morte e noi invece corriamo dietro alla morte. E seguiamo la morte finché la troviamo». Ha vissuto per 9 anni come un fantasma. Usciva di casa non più di due ore al giorno. Il resto del tempo lo passava al telefono oppure davanti al computer. Usando apparecchiature, schede Sim e reti internet mai intestate a lui. Così Mouner El Aoual è diventato il «portavoce ufficiale dello stato islamico». Nessuna millanteria, perché con cadenza regolare pubblicava sui suoi canali social «El Bayan», il «notiziario del Califfato». 

 

Proseliti e reclutamento. Ecco l’attività, pressoché quotidiana di «Mido». Cosa usava per comunicare? La piattaforma social Zello, dove compaiono i profili di noti terroristi e utenti legati al jihad. Sul telefono cellulare aveva scaricato un software di messaggistica, una tastiera araba, una App attraverso cui postare su Facebook (prima sul profilo «Salah Deen» e poi «Charaf El Auoal») e Instagram contenuti con sfondi particolari in caratteri arabi. E ancora un’applicazione per navigare attraverso la rete Tor, in modalità assolutamente anonima. Così diffondeva l’ideologia jihadista, condivideva istruzioni per preparare esplosivi e condurre attacchi terroristici con i coltelli. Istigava il compimento di attentati «nell’ambito della strategia dei lupi solitari», elogiava e motivava gli interlocutori presenti sui teatri di guerra «incitandoli a restare e continuare la lotta armata». 

 

L’INCHIESTA  

Irregolare in Italia, sprovvisto di qualsiasi documento, durante la sua permanenza a Torino, nascosto in un alloggio anonimo di Barriera di Milano, non è mai stato controllato da un agente. Gli era andata male soltanto il 13 novembre 2012, data dell’ultimo fotosegnalamento. Quando il Questore di Trieste gli ha notificato un decreto di espulsione dal territorio Nazionale.  

I carabinieri del Ros di Roma iniziano ad indagare su Mouner El Aoual lo scorso settembre. E una volta rintracciato il suo domicilio, per competenza gli accertamenti vengono affidati ai colleghi di Torino. È stata l’Fbi ad imbattersi per prima nelle sue conversazioni, quando in una «stanza» della piattaforma Zello - «Lo Stato del Califfato Islamico» - inizia a dialogare con un utente già finito nel mirino degli agenti federali americani. El Aoual scrive che «l’Isis gli direbbe di condurre un attacco in Italia invece di viaggiare verso la Siria». E ancora che «gli servirebbero tre uomini per aiutarlo». Con quali armi? Il marocchino parla apertamente di «usare coltelli per gli attacchi»

 

LA DOPPIA VITA  

Tra le pagine dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, eseguita mercoledì pomeriggio, il gip Edmondo Pio definisce il ventinovenne «una cellula individuale ampiamente inserita nella struttura terroristica globale, che attraverso gli strumenti informatici è parte e motore della rete criminale». È il profilo di un personaggio che pare l’alterego di «Mido», il ragazzo accolto a vent’anni da una famiglia torinese, che lo ha trattato per nove anni come un figlio e un fratello, per allontanarlo dalla strada e dalla droga. Lui, in occasione dei recenti attentati rivendicati dall’Isis, dalla strage di Berlino a quella di Stoccolma, davanti a «mamma» Margherita e al figlio Giuliano commentava i fatti con assoluto distacco. Pochi minuti più tardi, in rete, esaltava invece il sacrificio dei martiri. «Chi applica la religione di Allah e combatte con la shahada non abbia paura ovunque si trovi, questi sono i veri mujaheddin». Così, con la stessa forza, esaltava le azioni violente nei confronti dei così detti traditori e spie: «Li dovrebbero mettere nello spiedino del kebab e dopo averlo arrostito lo dovrebbero dare ai cani».  

 

I carabinieri del Ros hanno deciso di aver raccolto abbastanza informazioni verso la metà di marzo, quando il rischio di un allontanamento da Torino di El Aoual è diventato sempre più concreto. Lui voleva ritornare in Marocco per raggiungere una donna, da cui probabilmente aspettava anche un bambino. Aveva già trovato una macchina, ma non ha avuto il tempo di raccogliere il denaro necessario per procurarsi dei documenti falsi. 

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Il commento

http://www.lastampa.it/2017/04/26/italia/cronache/i-miei-anni-con-un-terrorista-in-casa-come-se-mi-avesse-tradito-un-figlio-bRpeJ93VDx0DhusJIXjjGJ/pagina.html

 

“I miei 9 anni con un terrorista in casa. Come se mi avesse tradito un figlio”

Parla Margherita, la donna che ha ospitato l’uomo arrestato a Torino per legami con l’Isis: «L’avevamo salvato dalla droga. La radicalizzazione? Una pugnalata, non abbiamo capito»

TORINO - Pubblicato il 26/04/2017

«Sì, mi sento tradita da Mido. In pratica ho avuto in casa per nove anni un terrorista». Con un nodo in gola, la signora Margherita parla di Mouner El Aoual come di un figlio adottivo. Adesso quel «figlio adottivo», nato in Marocco, clandestino, strappato alla strada e alla droga, è in carcere con l’accusa di associazione finalizzata al terrorismo internazionale: arrestato dai carabinieri del Ros perché era un «portavoce ufficiale dell’Isis», un divulgatore di odio e terrore nel grande mare di Internet. In rete, i seguaci jihadisti lo chiamavano il «Leone», per la forza dei sui messaggi, intrisi di violenza contro gli infedeli e tutti i nemici dello Stato islamico.  

 

Come ha conosciuto Mido?  

«Più o meno nove anni fa. È stato mio figlio a incontrarlo in strada. Sapevamo che non era regolare e che non aveva documenti. Ma lo abbiamo accolto in casa perché ci sembrava giusto fare così. Volevamo aiutarlo. Aveva vent’anni, era un ragazzino minuto, sembrava un pulcino. Dormiva nello scantinato di una moschea. Diceva di aver patito tanto freddo in quell’inverno. Era disperato e nei guai».  

 

In che senso nei guai?  

«Problemi di droga. Lui stesso mi diceva “mamma”, perché lui mi chiamava così, “mi hai strappato dalla droga”. Mido era un po’ sbandato. Se non fosse stato per me e per mio figlio sarebbe rimasto invischiato nella droga. Gli abbiamo dato un tetto, un letto, dei pasti caldi e affetto. Tanto affetto. E poi definitivamente è rimasto con noi. Mi aiutava a fare la spesa e a portare a spasso il cane. Un bravo ragazzo. E lui ci ha pugnalati alle spalle». 

 

Non ha nulla di cui biasimarsi.  

«Altro che brava sono stata fessa. Ecco come mi sento adesso». 

 

Com’era il rapporto con suo figlio?  

«Ottimo. Sembravano fratelli. Ognuno la propria stanza. Affiatati. Condividevano computer, giochi, amicizie. Non riesco ad immaginare che fosse un’altra persona, un terrorista». 

 

Mido aveva una doppia vita. Un dissimulatore. Secondo i carabinieri che lo hanno arrestato era un membro ufficiale dell’Isis. Non si è mai tradito in casa? 

«Mai una parola fuori luogo. Diceva di avere rispetto per la nostra religione e per quella degli altri. A volte, commentando le notizie sugli attentati terroristici, diceva: “Ma perché fanno queste stragi per ammazzare la gente?” Sembrava sincero. Mido sapeva benissimo come la penso su queste cose, quando ci vanno di mezzo donne e bambini». 

 

E come la pensa?  

«Che sono cose orribili. Se davvero Mido ha fatto tutte quelle cose che ho letto sui giornali, non lo voglio più vedere. Che Dio lo maledica, diventerò una carogna. Non voglio più aver a che fare con gente come lui». 

 

Pregava? Era un musulmano praticante?  

«Faceva il Ramadan, ma non andava in moschea. Certo cucinavo per lui come una mamma, seguendo i suoi gusti e le sue abitudini. A volte si metteva lui ai fornelli. Mi ha insegnato a fare la Tajine di pollo e verdure. A me piace tanto». 

 

Secondo i carabinieri passava ore a fare proseliti in rete o al telefono. Non si è mai accorta di nulla?  

«Si chiudeva nella sua stanzetta e passava ore a giocare alla playstation o sul computer. Parlava in arabo e io non mi mettevo a spiarlo. Avevo fiducia in lui. Ero convinta che prima o poi avrebbe trovato un lavoro e si sarebbe messo a posto».  

 

Manteneva i contatti con la famiglia di origine?  

«Sì, utilizzando WhatsApp. Speso contattava la mamma, i fratelli e la sua futura moglie. Di tanto in tanto, quando era giù di morale, piangeva perché voleva tornare in Marocco».  

 

Perché si fa chiamare Mido?  

«Un nomignolo che gli hanno dato gli amici. Non so». 

 

Secondo lei quando si è radicalizzato?  

«Non ne ho idea. Fino all’arresto sembrava il Mido di sempre. Un ragazzo premuroso. Proprio come un figlio». 

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Una morale sulla favola dell'accoglienza

“Tra i corvi ed i gufi era scoppiata la guerra per causa d’un boschetto di cui, da tempo, si contendevano la proprietà. In pochi giorni i corvi si trovarono ridotti a malpartito. I gufi che si svegliano dopo il tramonto, assalivano nella notte i corvi dormienti nei loro nidi e ne facevano strage. Invano i corvi cercavano di rintuzzare l’offesa. Svolazzavano da mane a sera tra gli alberi, sostavano sui fianchi scoscesi dei monti, esploravano i crepacci, le rupi … non un palmo di terreno sfuggiva alla loro indagine.

Tutto era inutile. I gufi se ne stavano rintanati nei loro nidi nascosti, introvabili, e ridevano, ridevano dei corvi che ogni giorno seppellivano qualcuno dei loro senza mai riuscire a fare una vittima tra le file dell’esercito nemico.

Un giorno i corvi tennero consiglio. Che dissero? Impossibile sapere. I corvi conoscono l’arte di conservare i segreti e non svelarono mai ad alcuno – né sotto l’imposizione della forza, né fra le reti dell’insidia – quali deliberazioni furono prese in quella storica riunione. Si sa però che sorse una disputa e che l’assemblea terminò drammaticamente.

Infatti, un vecchio corvo ne uscì spennacchiato, malconcio, ferito in più parti. Egli abbandonò la tribù e si recò, saltellando – le ali più non lo reggevano – su di una rupe enorme dove, in una notte lontana, aveva sentito lo stridulo grido del gufo. Si posò sulla vetta della roccia gigantesca e attese la notte. Quando i gufi uscirono dai loro rifugi scorsero, con gli occhi fosforescenti, paurosi, il vecchio corvo. Gli furono attorno minacciosi, pronti a colpirlo.

«Non vedete dunque ch’io vengo tra di voi in cerca di pietà? – disse il corvo. – Non vedete che i miei m’hanno reso impotente al volo, mi hanno ferito, m’hanno scacciato? Accoglietemi. Soccorretemi. Sarò il vostro consigliere. Quando le mie ali saranno pari alla bisogna vi guiderò, io stesso, nelle case dei corvi».

I gufi tennero consiglio. Un vecchio gufo s’alzò e disse: «Non fidatevi. È della razza dei vostri nemici. Vi tradirà». Ma tutti risero a queste parole e vollero che il corvo restasse con loro e gli resero grandi onori e s’inchinarono dinanzi a lui come dinanzi al re. Il vecchio gufo, inascoltato e deriso, varcò il monte e sparve. Trovò una nuova tribù? Una nuova famiglia? Chissà!…

Il corvo esplorò tutti i nidi dei gufi, conobbe le loro abitudini, i loro piani di guerra, i loro propositi. Misurò le loro forze, s’impadronì dei loro segreti. Seppe persino che la moglie del primo ministro trescava – civetta! – col capo di stato maggiore… I gufi andavano a gara per rivelargli ogni cosa. Nulla sfuggiva alla sua indagine sagace.

I giorni passarono e le ali del corvo ferito crebbero e riebbero forza.

Egli chiamò i gufi a raccolta e disse: «Miei generosi amici! Il giorno è venuto. Io vi darò in cambio dell’ospitalità cortese, il trionfo ultimo sui corvi. (Applausi). Io partirò all’alba di domani, scoprirò tutti i nidi dei vostri nemici e prima che la notte ritorni sarò tra di voi per guidarvi, per portarvi alla vittoria». (Lunga clamorosa ovazione). Il corvo partì.

Tornò alla sua tribù che accorse festante ai suoi gridi gracchiando con gioia infinita. Egli fece schierare i maschi in ordine di battaglia, si pose alla loro testa e spiccò il volo…

Sul rifugio dei gufi, prima che la notte scendesse, a cento, a mille, feroci, piombarono i corvi. I gufi dormivano e i corvi ne fecero strage.

Non uno salvò la sua vita…”.

Corvi e gufi di Antonio Gramsci, Favole in libertà.