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martedì 17 marzo 2020

La semplice macroeconomia del dopo crisi

La crisi è appena cominciata, o forse dovremmo dire che non è mai terminata, non sappiamo quanto sarà profondo questo terzo scalino verso il basso, ma siccome sappiamo che non è vero che questa volta è diverso, e siccome Ray Dalio (un uomo che sa come navigare attraverso le crisi) si è posizionato al ribasso, sappiamo che qualcosa dovrà succedere, e possiamo cominciare a farci delle idee basandoci sull'esperienza storica.

Intanto, oggi Goldman Sachs ci fa sapere che secondo lui andrà così:



Un bel -3.4%, secondo me ottimistico, che ci riporterebbe al Pil del 2000, cioè indietro di un ventennio esatto (il ventennio eurista, by the way). Mi sembra ormai chiaro, come lo sembra credo alla maggior parte di voi, che andiamo invece incontro a un evento di un ordine di grandezza superiore, più simile al 2009, quando, come vi ricorderete e come si vede dal grafico, facemmo un bel -5.5%. Ma insomma, non cambierebbe molto: sarebbe sempre un ventennio perduto, mese più, mese meno.

Resta da capire come andare avanti dopo, perché il problema, come facilmente capite, non è tanto e solo quello del calo dell'attività, con tutte le tragedie umane che comporta: la chiusura di negozi, alberghi, ristoranti, fabbriche, la perdita di posti di lavoro, in un clima sociale già reso preoccupante dalla visibile mancanza di controllo della situazione da parte di chi ci governa. Quello è solo l'inizio del problema, perché poi ce n'è un altro, ovvero la sostenibilità del debito: di quello privato, e di quello pubblico.

Soffermiamoci un attimo sul secondo, che è l'unico del quale i cretini parlano (sorprendentemente, cinque anni dopo questo articolo e nove dopo questo c'è ancora qualcuno in giro che non ha capito come stanno le cose, ma va bene così). Se prendiamo le cifre di cui disponiamo ora, che sono ovviamente tutte delle stime, e utilizziamo le note equazioni di accumulazione del debito, tenendo ogni altro valore uguale, e considerando le stime del FMI e della NADEF, visto che la NADEF dava un indebitamento netto di -2.2, cui si aggiunge un -1.1 per i noti motivi, arrivando a -3.3, con il Pil in calo di -3.4, immaginando (per essere molto generosi) un'inflazione all'1%, e quindi una crescita nominale al -2.4, succede che in un solo anno dal 133% di rapporto debito/Pil si passa al 140% (provare per credere, gli elementi li avete tutti). Questo nello scenario ottimistico. Secondo me si rischia di andare oltre il 140% del rapporto debito/Pil.

Da vedere sarebbe una cosa di questo tipo:


Ora, come sapete, non esiste alcuna soglia magica oltre la quale il debito diventi insostenibile o magari comprometta la crescita. I due illustri colleghi che hanno provato a dimostrare l'esistenza di una simile soglia, per fornire una abietta giustificazione ideologica all'austerità che ci ha massacrato dal 2011 in poi, hanno fatto una figura di palta di dimensioni siderali. Quindi, il fatto che si vada al 140% (stima conservativa) o oltre (come plausibile), non mi preoccupa tanto di per sé, nell'immediato, quanto per l'ovvia considerazione che comunque a un certo punto il debito dovrà cominciare a diminuire.

Questo ci insegna la Storia.

Come ben sapete, la Storia non ci permette, o almeno non da sola, di individuare quando il debito comincerà a diminuire. Su come il debito possa diminuire invece la Storia è piuttosto categorica. Da un ammontare di debito insostenibile si può rientrare in soli tre modi, che sono quelli che qui abbiamo tante volte discusso, avvalendoci in particolare di un lavoro di due economiste, Carmen Reinhart e Belen Sbrancia:

1) crescita (assistita da regolamentazione dei mercati finanziari)
2) iperinflazione
3) default

La soluzione indolore sarebbe quella di favorire la crescita, ma questa strada ha una controindicazione, non per voi, ma per le classi dominanti: la crescita porta uguaglianza. L'austerità, come qui abbiamo imparato, non è tanto un problema di quantità, quanto di distribuzione del reddito: serve ad abbassare i salari, per recuperare competitività (ridurre i costi variabili di produzione rispetto ai concorrenti esteri), ma anche (e soprattutto) per espandere i profitti. Abbandonare il dogma della moneta "risorsa scarsa", cioè regolarsi nel modo che una volta era convenzionale (nel senso di scontato, normale), e che con tanta fatica ci hanno appreso a disapprendere, è un'operazione sgradita alla classe dominante (il capitale finanziario), perché ridurrebbe la sua quota nella distribuzione del reddito. Certo, se, come negli anni '50, '60, '70, e anche '80, si monetizzasse una parte del fabbisogno, cioè si finanziasse una certa parte della spesa pubblica con emissione di moneta (rectius: con acquisti di titoli di Stato sul primario da parte di una Banca centrale nazionale), ci sarebbero infrastrutture meno fradicie, e anche, cosa che non guasterebbe, un'inflazione meno asfittica. Perché dobbiamo sempre ricordarcelo: l'obiettivo della Bce, l'obiettivo che lei ha dato a se stessa, nella sua insondabile autodichia, è il 2%, e noi questo 2% non lo vediamo da parecchi anni. In fase di deflazione, il finanziamento diretto della spesa pubblica non crea inflazione, non è materialmente possibile che lo faccia.

E bisogna anche capirsi su che cosa sia la spesa "produttiva", la spesa "buona", la spesa "che fa crescere", cioè la spesa per investimenti.

Per gli sciocchi è solo spesa in formazione di capitale fisso: macchinari, attrezzature, capannoni, e naturalmente infrastrutture materiali. Ma forse anche nella loro vasta platea qualcuno ha avuto modo di accorgersi che esiste anche il capitale umano, che non è solo istruzione (ediuchescion, come la chiamano appunto quelli lì), ma anche sanità (cioè salute, come la chiamano sempre quelli lì). Sarò brutale, ma è meglio che lo sia io, piuttosto che la vita. Caro amico che credi a Oscar Giannino, io non ti auguro di esserci, come non lo auguro a nessuno, e comunque quello che io mi auguro è del tutto irrilevante, perché non dipende da me né evitarlo, né favorirlo, ma posto che in questo momento stia toccando a te (e comunque se non tocca a te tocca in questo momento a tanti altri che ugualmente ne avrebbero fatto a meno e ugualmente non lo meritavano), posto che ci sia tu, lì, voglio dirti una cosa che forse non sai: lo stipendio dell'infermiera che ti attacca al respiratore, come del resto quello dell'insegnante di università che ha insegnato al medico che ti sta curando quando è il caso di attaccare un respiratore, come del resto anche lo stipendio del medico stesso, ecco, quei soldi lì, proprio quelli lì, sono i soldi che tu volevi tagliare, perché nella tua contabilità sono spesa corrente improduttiva.

Il paradigma oggi è questo: di capitale umano ci si riempie la bocca sui testi dei grandi economisti, salvo poi lasciarlo deperire in pratica negandogli istruzione e sanità pubblica (che, mi perdonino gli sciocchi, non è la salute pubblica). Se ci si nega la possibilità di una crescita ordinata, con mercati finanziari regolamentati, cioè la possibilità per lo Stato di finanziare monetariamente parte della spesa pubblica, allora al termine dell'accumulazione di debito restano due soli esiti: l'iperinflazione (a tre cifre, per capirci), o la bancarotta.

Entrambi distruttivi, entrambi evitabili, ma entrambi inevitabili a meno di un cambio di paradigma.

E in effetti, tanto per esser chiari, se osservate il noto grafico delle due economiste, quello qui tante volte analizzato:


noterete un unico episodio significativo e prolungato di discesa del debito pubblico nei paesi avanzati in cui la "repressione" (cioè regolamentazione) finanziaria abbia giocato un ruolo, ed è quello successivo alla Seconda guerra mondiale, nel periodo in cui le politiche keynesiane, rese sostenibili dal controllo dei movimenti internazionali di capitale, determinarono una crescita moderatamente inflattiva, con il costo del finanziamento del Tesoro tenuto sotto controllo tramite la cooperazione fra Tesoro e Banca Centrale.

Ma c'era voluto un cambio di paradigma, quello che io chiamo l'effetto Chichijima.

E voi direte: Chichijima? E ve la andrete a googlare (come farei io...).

A Chichijima, una splendida isola del Pacifico, come spiegavo l'anno scorso al capo Molinari, accadde un episodio minore, ma significativo, della Seconda guerra mondiale. Uno stormo di Grumann Avenger che era andato a far danni venne tirato giù dalla contraerea giapponese. Capita. Di nove aviatori che riuscirono a salvarsi, otto vennero catturati dai giapponesi, che per non sbagliare li decapitarono, e ne consumarono alcune parti. Uno si salvò perché stette un po' a mollo finché non passò di lì un sommergibile della classe Gato, che se lo caricò. In effetti, quando sei a mollo nel Pacifico, meglio incontrare un sottomarino (anche se inquina) che uno squalo bianco, per dire. Questo episodio ovviamente non avrebbe alcuna relazione col tema della distribuzione del reddito, che è quello di cui qui ci occupiamo, se non fosse che il fortunato aviatore era uno de passaggio.

Avrete quindi capito qual è la mia tesi. Una tesi, se vogliamo, un po' alla Padoa Schioppa. Io sostengo, ma sono ovviamente qui per discutere questa asserzione, che i cambi di paradigma sono resi più facili quando è la classe dominante ad essere avvicinata, direttamente o indirettamente, alla durezza del vivere. Qualcosa deve segnalare a chi è nato dalla parte giusta della distribuzione del reddito che non ce n'è per nessuno. La stagione keynesiana dal Secondo dopoguerra si è nutrita della necessità di superare gli orrori appena vissuti, che avevano anche una dimensione soggettiva se vogliamo banale, prosaica, ma non per questo meno pedagogica: puoi essere ricco quanto vuoi, ma te ne fai poco se tuo figlio viene fatto a pezzi.

Mi avrete sentito dire molte volte, in privato o in pubblico, che in un mondo pre-nucleare noi avremmo già combattuto una guerra coi nostri fratelli europei, e già staremmo ricostruendo il nostro Paese. Lapace ovviamente non ce l'ha data Leuropa, ma Latomica. I fondamentali economici, così come i corsi e ricorsi storici, si inchinano di fronte a quelli fisici. Il mio ragionamento trascurava però quell'altro potente strumento di riequilibrio drastico dei rapporti fra lavoro e capitale che sono le epidemie, la cui funzione è descritta con rara efficacia da Cipolla nella Storia economica dell'Europa preindustriale. Per secoli le epidemie hanno avuto sulle guerre il vantaggio di distruggere solo lavoro, non capitale. Il vantaggio, naturalmente, era per il lavoro superstite, che, diventato relativamente scarso, riusciva ad avvantaggiarsi per un po' nella distribuzione del reddito. Oggi siamo bravi: ci laviamo le mani, e visto che tessuti relativamente comodi non hanno più costi esorbitanti, e chiunque se li può permettere, non indossiamo i vestiti dei morti (cosa che contribuiva, come ricorderete, a trasmettere la peste), e poi non dormiamo nello stesso letto, ci nutriamo in modo relativamente sano, ecc. Questa cosa orribile quindi prima o poi la fermeremo, anche se forse ci vorrà più di quanto possiamo supporre, e sicuramente non ci farà gli stessi danni della peste (anche se la spagnola in termini assoluti ne fece di più: ma nel 1918 c'era più gente in giro che nel 1348...). L'effetto "distruzione di lavoro" non sarà determinante in termini economici, ma sarà, anzi, è già soggettivamente così forte da farci sperare in un cambio di paradigma, in parte spontaneo, e in parte indotto.

La parte spontanea è quella dei liberisti che, nell'alternativa fra soffocare e avvalersi dell'odiata spesa pubblica improduttiva, fanno (quasi tutti) la scelta giusta, e si affidano al Servizio Sanitario Nazionale, che qui abbiamo difeso in tempi non sospetti. Qualcuno non capirà nemmeno così (capire non è obbligatorio), ma molti stanno capendo. La parte indotta è quella pilotata dai grandi media: con un sistema sociale ed economico al collasso, incapace di ripartire per i noti motivi, lo stato d'eccezione determinato dal virus consente un artificio mirabile: presentare come eccezionali rimedi di politica economica del tutto normali, come l'uso della politica di bilancio a fini espansivi, e il finanziamento monetario della spesa pubblica.

Le due parti del cambio di paradigma non sono ugualmente progressive. Quella spontanea lo è: la paura è un insegnante formidabile (anche etimologicamente). Quella indotta non lo è: far credere che l'intervento dello Stato nell'economia, e in particolare l'uso della sovranità monetaria, siano elementi motivati e motivabili solo con uno stato di eccezione ha due elementi chiaramente regressivi. Il primo è quello di assolvere le élite dalla colpa di non aver fatto ricorso ad essi per evitare altri lutti e altra miseria. Il secondo, più subdolo, è quello di tenere aperta una porta all'abbandono questi strumenti, cioè degli strumenti di una normale gestione keynesiana di un'economia capitalistica, non appena la pressione determinata dallo stato d'eccezione si attenui.

Un buon mezzo per prepararsi questa ritirata è quello di presentare l'esercizio di normali strumenti di politica economica sotto forme inutilmente stravaganti: l'helicopter money, per esempio, può sembrare keynesiana solo a uno sciocco (e infatti sembra keynesiana a molti), ma di keynesiano non ha nulla. Keynesiano, come qui abbiamo imparato, è l'intervento dello Stato nel circuito di intermediazione del risparmio, è la regolamentazione dei mercati (in primo luogo quelli finanziari), cioè è esattamente il contrario del dare soldi a pioggia agli individui, sperando che il meccanismo di coordinamento dei prezzi conduca a un ottimo sociale. Keynesiano sarebbe un grande piano di infrastrutturazione, ma soprattutto pagare decentemente gli insegnanti, a partire da quelli elementari, pagare decentemente gli infermieri, i medici, e gli agenti di polizia (tutta spesa corrente), sarebbe avere un governo politico che facesse politica economica avendo a disposizione tutti gli strumenti della politica economica, e un corpo elettorale che potesse giudicare lui la qualità dei politici, anziché farla giudicare dai mercati della cui infallibilità nei prossimi giorni avremo plurime prove.

I cambi di paradigma hanno molti nemici: si trovano nella minoranza avvantaggiata dallo stato delle cose. Ma hanno anche un grande alleato: la Storia.

Io ci dormo sopra: domani sarà un giorno interessante, e io sarò in capigruppo per il mio partito.

Buona notte...


(...a scanso di equivoci: credo vi sia chiaro che chi tifa MES tifa default, questo lo capite, no? Ecco, questo non è un cambio di paradigma...)