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http://goofynomics.blogspot.it/2017/06/mon-discours-bruxelles-avec-images.html

 

venerdì 30 giugno 2017

Mon discours à Bruxelles (avec images)

https://www.youtube.com/watch?v=7iFMvhWFimg

 

(...Taquin le Superbe dans toute sa splendeur...)

Dalla quinta colonna ricevo, e volentieri pubblico (fra le risate...):


Ciao, non potevo venire mercoledì mattina al Parlamento, però sono riuscito a seguire in streaming solo un po' del tuo intervento, giustamente rivolto ai francesi...
Adesso ho sentito Salvini:

 

https://www.youtube.com/watch?v=OzeqzHBDFY0

 

però devo dire che non mi ha sorpreso: sono tre anni che trovo condivisibile quello che dice.
Se avessi avuto modo di incontrarlo, avrei voluto dire a lui e a Borghi questo:
La Lega si trova in una situazione di incoerenza di fondo simile, ma opposta, a quella dei vari partitini di sinistra.
Come fai ad essere liberista, a sostenere la necessità di limitare il ruolo dello stato nell'economia, a voler favorire il libero mercato rispetto all'intervento statale, a prediligere misure economiche pro-business ed essere contro l'euro?
L'euro, come tu insegni, è lo strumento più efficace per ottenere esattamente quegli obiettivi, in termini di politica economica.
Quindi delle due l'una: o non sei così "liberista", e allora quanto prima lo chiarisci, meglio per te. Oppure non puoi essere contro l'euro, e anche qui urge chiarezza.
Come vedi è esattamente la condizione opposta della sedicente sinistra.
Altra cosa che gli avrei detto, stando così le cose, oggi in Italia c'è una prateria, anzi due, per due forze politiche che volessero in modo coerente sostenere gli interessi contrapposti delle diverse classi sociali, lavoro vs capitale.
(Non voglio invitarti a fare un partito, sia chiaro).
Una vera destra, conservatrice, che difende gli interessi del capitale senza vergognarsene, che quindi si fa paladina dell'UE e dell'euro, diciamo una destra einaudiana, un po' meno imbranata, improvvisata e ignorante rispetto a quella di Mario Monti, avrebbe subito un ruolo centrale, sbaragliando PD, Berlusconi, e centristi vari.
Una vera sinistra, che difende gli interessi del lavoro, senza complessi, quindi capace di proporre protezione per i più deboli, indipendenza dal vincolo esterno, e redistribuzione, una sinistra "bagnaiana" (ancora una volta, il riferimento è ideologico, non operativo) sarebbe il punto di riferimento di tutti gli "sconfitti" di questi ultimi decenni, dei veri progressisti, e di chi semplicemente crede in un paese egualitario e capace di emanciparsi dallo stato di sottomissione attuale.
Se ci fossero queste due forze politiche, esse farebbero piazza pulita di tutti i partiti esistenti, Lega compresa.
Finché però non ci sono, la rappresentatività, la partecipazione al voto sarà necessariamente bassa, e vincerà chi sa fare meglio il gioco delle tre carte, che per ora è il M5S.
Vediamo se riusciamo a incontrarci quest'estate,
Un abbraccio,
Philip


Dunque dunque dunque...

Vi dico come la penso.

Intanto, come sapete, fondare il PBI (Partito Bagnaiano Italiano) è esattamente in testa alle mie aspirazioni... anche Philip lo sa benissimo, tant'è vero che per evitare una ogiva termonucleare si è affrettato subito a dire che stava scherzando!

Il progetto presenta svariate criticità, come direbbe un economista: la prima è che la politica, a differenza del pericolo, non è il mio mestiere, forse anche e soprattutto perché il pericolo non è il mestiere dei politici, tutti molto "conservativi", tutti molto tesi a intercettare e conservare il consenso che hanno, anziché quello che non hanno (e su questo Philip sfonda con me e non solo con me una porta aperta). Il problema fondamentale però è di brand: del mio nome non c'è bisogno. Io sono solo uno che ha letto Keynes e lo prende sul serio, quindi non ha bisogno né di mettere il proprio nome sull'acqua calda altrui, né di mettere il caro e sacro nome di Keynes sulla propria acqua sporca (due diversi modi di essere un poraccio: chi segue il dibattito sa a chi mi riferisco).

Poi, mi toccherà rileggere il programma economico della Lega. Quando mi capitò di farlo, ne parlai sul Fatto Quotidiano trovandolo mediamente più post- che pre-keynesiano (l'articolo è qui), valutazione peraltro condivisa a denti stretti e con una certa invidia anche da un esponente della sinistra "de sinistra" che poi forse è tornato nell'ala sinistra della sinistra "de destra", che a sua volta si sta dividendo in un'ala di destra e un'ala di sinistra, fra chi, patetico Achab ebbro dei propri risentimenti, vede capodogli nel bicchiere, mucche nel corridoio, o suricati nella giberna (perché no?), e chi, intellettuale della Magna Magna Grecia, sprezzante mi ribatteva "allora dovremmo dividere anche gli Stati Uniti d'America", salvo poi prenderla lì per sopravvenuta e manifesta obsolescenza...

Questo però non vuol dire che il simpatico chiasmo ravvisato dalla quinta colonna non ci sia, ma credo sia opportuno metterlo a fuoco un po' meglio.

A fronte di una sinistra che compatta, con l'unica eccezione di Marco Rizzo, vuole difendere il lavoro con l'euro, abbiamo in effetti una destra che vuole attaccare l'euro difendendo le misure liberiste di Renzi. Questa destra, però, mi sembra più quella della Meloni che quella di Salvini (anche se ci sono margini di interpretazione).

Qui si aprono due ordini di considerazioni. La prima deriva dall'ennesima discesa in campo del Berlu cocchiere, spuntato fuori dopo la vittoria per intestarsela: lui oggi vuole fare il polo moderato, dal che istintivamente traiamo una lezione: che ci sarebbe bisogno, invece, di una destra che facesse la destra (difendendo il capitale), e di una sinistra che facesse la sinistra (difendendo il lavoro). Questo è quello che auspica anche Philip, perché in teoria la democrazia funzionerebbe così, no?

No.

Direi di no.

Per il semplice motivo che se la democrazia funzionasse, e funzionasse così, al governo ci sarebbe sempre e solo la sinistra (intesa come partito che difende gli interessi del lavoro), e questo perché siccome un'azienda con 100 amministratori delegati e un dipendente non si è mai vista, difendere il lavoro significa tutelare gli interessi della maggioranza! In altre parole: se la democrazia funzionasse, essa sarebbe già, in re ipsa, dittatura del proletariato!

Solo che... l'economico non esaurisce il politico. Nel politico c'è qualcosina in più: c'è, ad esempio, il Fogno, che non è un'invenzione della Finiftra progreffifta, ma, prima (guarda caso, o meglio: cafo) un'invenzione del liberismo (il poliziotto cattivo dello stesso regime). L'illusione che, liberi di lacci e lacciuoli, si riesca a pervenire, può essere molto ma molto appealing per chi avrebbe in realtà bisogno di essere tutelato dallo Stato: il Pedante ha fatto su questo un lavoro magistrale, che vi esorterei a consultare con più assiduità. E poi ci sono questioni valoriali, e via dicendo.

Quindi, l'idea che lo spettro politico possa essere scisso dal prisma dell'economia in due bande: un partito laburista e un partito capitalista, dobbiamo metterla in soffitta. Non funziona così. Un lavoratore spesso è (cioè si sente) un capitalista che non ce l'ha fatta, anche perché tale gli viene insegnato a considerarsi, per l'ovvio motivo che così si distrugge la sua coscienza di classe, con tutto quello che ne consegue.

Questo, in effetti, viene incontro al discorso di Philip.

Poi c'è un altro ordine di considerazioni. Sinistra e destra sono incapaci di un atto di coraggio, che consiste nel capire che oggi non vinci parlando "ai tuoi", ma "ai loro", a quelli degli altri (come già ci siamo detti). A sparigliare non sarà tanto chi saprà delimitare in modo netto il recinto dei propri referenti di classe, ma chi saprà scavalcarlo in modo intelligente.

Chiarisco.

Per anni mi sono dovuto intenerire, ho dovuto ascoltare compunto le querimonie degli esponenti della sinistra della sinistra di destra, poi passati alla destra della sinistra di sinistra, e ora persi nello spazio, secondo i quali era impossibile dire certe cose, perché i "loro" non volevano ascoltarle, ed era impossibile far tacere certi personaggi, come il simpatico "pangolino nel bidet", perché "però erano tanto onesti!" o perché "però orientano il consenso". Quindi anche chi era perfettamente cosciente delle criticità dell'euro, rinunciava a parlarne per opportunismo.

Viceversa, mi dicono, a destra sono razzisti! E quindi, su loro deve cadere l'interdetto. Solo che... anche questo preteso razzismo, se e dove c'è, e nell'attesa di essere sorpassato a destra dai provvedimenti del governo (come regolarmente avviene), è frutto di un mal di pancia interno: frutto dell'idea che si debba parlare ai "propri", ai simpatici valligiani, o ai veneti fuuuuuurbi, fieri della propria pretesa supremazia etnica, anziché affrontare i temi economici, che coinvolgono tutta la collettività nazionale.

Allora: io devo sorvolare sopra le sparate dadaiste e razziste (verso di noi) del simpatico "casuario nella bistecchiera", perché sai, lui è fatto così... però devo indignarmi quando Salvini fa qualche post su Facebook lievemente fuori luogo (dai, Matteo: facciamo finta che a destra ci possa essere dialogo: io in effetti ogni tanto eviterei...). E perché dovrei trattare in modo asimmetrico comportamenti che sono sostanzialmente simmetrici, perché derivano dalla stessa identica esigenza: parlare ai "propri"?

Nel merito, oggi ve lo ha detto anche Macron che i migranti economici non hanno diritto di asilo (che spetta ai rifugiati, per definizione), e non è che sia una grande novità, né un'affermazione particolarmente fascista: lo dice anche quel noto fascioleghistxenofobnazionalista di Mario Nuti, in un lavoro che ha presentato all'ultimo workshop organizzato da a/simmetrie:


(e che ora è submitted in una rivista "de passaggio"... L'intero slideset è qui).

Mi avvio a concludere, come dicono i veri politici prima di trifolarvi le gonadi con altri quindici minuti di vacuità.

Se alla mia età non avessi capito che niente è semplice, e che gli altri di tutto hanno bisogno tranne che dei miei consigli, forse direi anch'io due cose a Salvini: la prima (che in effetti gli ho già detto) è di non cadere nella trappola dei media. Inutile fare sparate sugli immigrati, e questo non perché il problema non esista, ma perché gli italiani ormai hanno capito benissimo chi, come e perché sta speculando su questo tremendo fenomeno. Il "lavoro (politico) sporco" sull'immigrazione è inutile: lo fa la Merkel, lo fa Macron, lo fa Gentiloni. La cosiddetta destra il punto lo ha marcato: ora la cosiddetta sinistra su questi temi deve mettersi all'inseguimento: i suoi intellettuali il problema lo espongono chiaramente (vedi sopra Nuti), e i suoi elettori lo vivono sulla propria pelle (vedi amministrative). Quindi, meglio evitare toni controproducenti, concentrandosi invece sull'economia, per il duplice motivo che è la prima preoccupazione di molti, e che l'analisi delle dinamiche economiche consente di arrivare a quella delle dinamiche demografiche con eleganza, efficacia, semplicità e umanità.

Per un camuno che perdi, trovi dieci marchigiani. Secondo me lo scambio è vantaggioso, visto che in politica, mi dicono, quello che conta non è la qualità (eccellente in entrambi i casi) ma il numero...

La seconda cosa è che sì, siamo d'accordo che il nostro mondo è orwelliano. Non sono completamente d'accordo sul fatto che la rete abbia (solo) aperto spazi di libertà. Questa è stata la mia esperienza (altrimenti voi non sareste qui), ma non posso non vedere che in realtà la rete è il completamento del progetto orwelliano. La televisione diffonde il verbo, ma la rete traccia i nostri movimenti. Nel mondo di Orwell bastava un solo apparato, nel nostro ce ne vogliono due, e la rete non è solo un pezzo della soluzione: è anche un grossissimo pezzo del problema. Ciò posto, da chi fa un discorso sostanzialmente condivisibile come quello che avete ascoltato qua sopra (essendo poi liberi di non condividerlo, anzi: la discussione sarà aperta, ovviamente escludendo Cocucci, Serendippo e Yanez, che lasciamo nel limbo dei castori), mi aspetterei che trovasse l'intruso nella lista di firmatari di questo simpatico DDL. Aiutino: penso che Nunziante abbia bisogno di un buon consiglio! Se non gli viene dato, io mi trovo in una situazione un po' paradossale (che può anche non fregar nulla a nessuno): ho tolto il saluto a quel cuor di leonessa di Fassina, semplicemente perché non ha preso posizione contro le sparate della terza carichessa dello Stato a favore della censura (a suon di consulenti svizzeri), e poi, però, non trovo nessuna firma di SI sotto al decreto della vergogna, mentre ci trovo questo signore che non conosco e che non so quindi perché ce l'abbia con me.

Perché chi firma quel DDL, anche se non lo sa, è un mio nemico, perché vuole togliermi la libertà di espressione...

Ecco: le contraddizioni che vedo io sono queste, più che quelle delle quali parla Philip. Ma sono contraddizioni sulle quali, come la lettera della quinta colonna dimostra, a sinistra molti sono ormai disposti a sorvolare, concentrando gli sforzi sulla contraddizione principale.

Certo, può essere un rischio, può essere un errore. Io non sono un politologo (per fortuna) quindi...

E voi come la vedete?

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http://www.asimmetrie.org/op-ed/salvini-ha-ragione-solo-sulleuro-ma-il-resto-conta-molto-meno/

SALVINI HA RAGIONE SOLO SULL’EURO (MA IL RESTO CONTA MOLTO MENO)

5 POSTED BY  - 26 GIUGNO 2015 - ARTICOLI

L’invito rivoltomi dal Fatto Quotidiano a commentare il programma economico della Lega è un’ occasione per leggere un documento del quale, lo confesso, fino ad oggi sapevo solo quanto ne avevo sentito dire da un brillante esponente della minoranza Pd: “Alla fine, sei punti su dieci sono giusti”. Soffocando il “retroscenista” (leggi: pettegolo) che è in me (si dice il peccato ma non il peccatore), entro nel merito. Avverto di essere in conflitto di interessi. Ad oggi, infatti, la Lega resta l’unica forza politica a fondare il proprio programma sul superamento dell’euro, elemento a mio avviso cruciale, se non altro perché le circostanze potrebbero imporcelo (come la telenovela greca ci ricorda quotidianamente, e come ho argomentato nei miei ultimi due libri). L’analisi dei limiti dell’ Eurozona svolta nel programma è inoppugnabile e ormai non solo condivisa, ma anche espressa (gaudeant angeli!) da politici di sinistra come Stefano Fassina (l’ultima volta ieri a Omnibus, La7).

Duole dirlo, a un abitante di Roma ladrona, ma a Salvini è chiaro quello che sfugge a tanti politici più forbiti di lui: che il superamento dell’euro è condizione necessaria, ma non sufficiente per riappropriarsi della politica di bilancio. L’austerità, secondo lo stesso Monti, non serviva a risanare i conti pubblici (che infatti lui ha peggiorato), ma a riequilibrare i conti esteri, abbattendo le importazioni e favorendo, via disoccupazione, il calo del costo del lavoro. L’euro è questo, se piace: una suicida disoccupazione competitiva, praticata solo nell’Eurozona, al posto di fisiologici riallineamenti del cambio, praticati ovunque.

I restanti punti dipendono dal primo, e con alcuni il tempo è già stato galantuomo: sulla riforma Fornero si è espressa la Consulta, sul no all’immigrazione incontrollata il compagno Hollande, sull’illegittimità del Fiscal compact Giuseppe Guarino, sulla necessità di politiche di sostituzione delle importazioni opinionisti di sinistra come Guido Iodice, sui pericoli del TTIP gli stessi studi pro-TTIP, che documentano vantaggi irrisori, a fronte di rischi dei quali poco si sa, dato che le trattative sono super segrete (e se lo sono ci sarà un perché!), sul fallimento delle politiche di trasferimento nel riequilibrare i divari regionali autori come Vladimiro Giacché (per la Germania) o Giuseppe Travaglini (per l’Italia): non proprio dei neoliberisti.

Né a me, né a questi colleghi, la proposta leghista di ripristinare una flessibilità di cambio fra Nord e Sud Italia tramite valute regionali sembra praticabile. Il punto più controverso però è un altro: la proposta di una flat tax sul reddito, punto che figura anche nell’agenda del Washington Consensus, il programma ultraliberista propugnato a partire dai tardi anni ’80 dal Fmi con esiti devastanti. La sinistra acritica ha usato la flat tax come “pistola fumante” per inchiodare Salvini al suo preteso liberismo, e invocando la progressività sancita dall’art. 53 della Costituzione. La prima polemica è strumentale: con la loro idolatria del vitello d’euro i colleghi di sinistra finiranno per portarci il Fmi in casa, come in Grecia, e allora sì che il liberismo sarà un problema! La seconda è infondata: la progressività, per il costituente, riguarda il sistema fiscale, non le singole imposte, altrimenti dovremmo abolire l’Iva, tipicamente regressiva; la letteratura scientifica chiarisce inoltre che flat tax e progressività possono convivere adottando un adeguato sistema di deduzioni.

Le mie perplessità sono altre: il fatto che la casistica sulla quale valutare simili riforme è ancora ristretta, per cui i risultati presentano ampi margini di incertezza; il fatto che gli studi che promettono miracoli (crescita, recupero dell’evasione) si basano su modelli di equilibrio generale controversi (guarda caso, simili a quelli usati per valutare il TTIP); infine, volando più basso, il fatto che di solito la flat tax porta a un calo del gettito dell’imposta sul reddito, cui si supplisce o con una patrimoniale (come a Hong Kong), o con imposte indirette (come nell’Est Europa). La prima soluzione è esclusa dalla Lega, che si schiera, non senza motivi, contro la retorica pikettiana del tassare i “grandi patrimoni”, che poi, caro lettore, sarebbero il tuo e il mio (i ricchi veri sono evanescenti per il fisco).

La seconda soluzione sarebbe regressiva (ma ricordo che l’Iva sta aumentando ovunque perché “ce lo chiede l’Europa!”). Esposte le mie perplessità, permettetemi una chiusa politica. A me non pare che il problema dell’Italia sia quanto è liberista Salvini. Mi preoccupa di più il fatto che se gli italiani hanno un’esigenza fondata, come quella di confrontarsi con un fisco meno esoso e bizantino, e un politico conservatore la raccoglie, la reazione a sinistra è “Non possiamo inseguire la Lega sui suoi problemi” (testuale). Un problema degli italiani non diventa un non problema se ne parlano le persone che il Santo Sinedrio della Sinistra (SSS) inappellabilmente giudica “sbagliate” (salvo apprezzarle a telecamere spente). Trovo esecrabile una simile ipocrita tabuizzazione, in un momento in cui abbiamo bisogno di coesione e pragmatismo. Ma forse sono strano io.

Alberto Bagnai
Il Fatto Quotidiano, 24 giugno 2015